
Barriera chimica inutile su una muratura perimetrale in mattoni a vista: un intervento eseguito sulla patologia sbagliata
Un caso reale in cui sono stati perforati mattoni e fughe per contrastare un’umidità che non proveniva dal basso.
In questa muratura è stata realizzata una barriera chimica senza verificare che l’acqua provenisse realmente dal basso. Il risultato è stato semplice: la causa è rimasta e il muro è stato perforato inutilmente.
Una fila regolare di fori attraversa la parte inferiore di questa muratura in mattoni. Sono distanziati di circa 25 centimetri, hanno un diametro nell’ordine dei 30 millimetri e sono stati realizzati per introdurre una barriera chimica a lenta diffusione, un sistema nel quale il prodotto viene fatto penetrare progressivamente nella muratura senza pressione.
In questo caso lo dico senza mezzi termini: è stato un lavoro inutile, eseguito a vanvera rispetto alla patologia realmente presente.
Non perché qualsiasi barriera chimica sia necessariamente inutile, ma perché prima di realizzarla sarebbe stato necessario dimostrare che l’acqua responsabile del degrado provenisse realmente dal basso. Qui questa verifica non era stata fatta e, analizzando la muratura, emergeva esattamente il contrario.
La parte inferiore risultava sostanzialmente asciutta. Il degrado compariva più in alto, con una distribuzione irregolare che seguiva alcune caratteristiche della superficie muraria. Si è quindi intervenuti contro una presunta risalita capillare senza che il comportamento della parete fosse compatibile con quella diagnosi.
Questo è il punto fondamentale dell’intero caso: una tecnologia può anche avere un principio di funzionamento corretto, ma se viene applicata alla patologia sbagliata diventa semplicemente inutile.
La fascia inferiore del muro era proprio quella più difficile da mantenere umida
La muratura fotografata è in laterizio a vista ed è collocata lungo una strada in pendenza. La parete riceve una forte esposizione solare e non presenta elementi capaci di produrre un’ombreggiatura significativa per gran parte della giornata.
Questo particolare è determinante.
Nella mia esperienza, le murature in mattoni a vista orientate prevalentemente verso est, sud o ovest e prive di alberi, porticati, pensiline sufficientemente profonde o altre strutture schermanti sviluppano durante l’irraggiamento temperature superficiali molto superiori alla temperatura dell’aria.
Il colore stesso del laterizio favorisce l’assorbimento della radiazione solare. Ho documentato più volte questo comportamento mediante termografia e, in particolari condizioni di riflessione, ho misurato temperature superiori ai 70 °C. In un altro caso, relativo a una muratura del Castello Estense che ho analizzato e particolarmente esposta alla riflessione prodotta dall’acqua, sono arrivato a misurare valori superiori ai 75 °C.
Non occorre però raggiungere queste temperature estreme per comprendere il fenomeno. Anche una superficie che raggiunge 40-45 °C sviluppa condizioni fortemente favorevoli all’evaporazione dell’acqua presente negli strati più esterni.
Questo non significa che una muratura spessa non possa contenere acqua in profondità. Può farlo. Significa invece che, in assenza di rivestimenti impermeabili o altri elementi capaci di ostacolare l’evaporazione, una presenza persistente di acqua nei primi strati superficiali deve essere compatibile con queste fortissime condizioni di asciugamento.
Nel caso esaminato non lo era.
La parte inferiore della muratura risultava asciutta anche alle verifiche strumentali. Durante l’inverno la pavimentazione manteneva inoltre temperature relativamente elevate, superiori a quelle della muratura, anche per la presenza di una condotta fognaria sottostante nella quale circolava aria. Nel periodo estivo, attraverso l’irraggiamento e i riflessi, la stessa pavimentazione poteva raggiungere temperature molto elevate.
In pratica si è deciso di interrompere una presunta risalita proprio nella fascia in cui l’acqua era quasi assente.
Prima di cercare di fermare l’acqua che sale, bisognerebbe almeno dimostrare che quell’acqua stia realmente salendo

Il degrado seguiva la facciata, non una risalita dal terreno
Osservando la muratura da vicino il fenomeno diventava molto più comprensibile. I mattoni non presentavano una superficie perfettamente regolare: alcuni risultavano maggiormente esposti, altri più consumati e le fughe mostravano discontinuità, cavità e microfessurazioni.
Quando piove, l’acqua scorre sulla superficie della facciata. Se incontra un mattone leggermente sporgente, un bordo, una cavità o una fuga deteriorata, il percorso cambia. L’acqua può rallentare, concentrarsi e penetrare localmente.
Questo spiega perché il degrado fosse presente in alcune zone e praticamente assente in altre.
Una muratura interessata da una reale alimentazione capillare proveniente dal basso dovrebbe essere interpretata attraverso il comportamento dell’acqua nella struttura. Qui, invece, la distribuzione del fenomeno era strettamente collegata alla geometria della facciata e alle sue discontinuità superficiali.
A questo si aggiungeva un altro elemento: la presenza di una malta con una componente cementizia importante.
Il cemento produce una malta relativamente rigida. Mattoni e fughe, sottoposti ogni giorno a riscaldamenti e raffreddamenti molto pronunciati, non reagiscono necessariamente nello stesso modo alle variazioni dimensionali. Nel tempo possono comparire piccole separazioni tra malta e laterizio e fessurazioni all’interno delle fughe stesse.
Sono discontinuità apparentemente piccole, ma sufficienti a trasformarsi in vie preferenziali per l’acqua meteorica.
In alcuni punti il laterizio era inoltre maggiormente consumato proprio in corrispondenza del contatto con le stuccature. Anche le malte possono progressivamente perdere coesione, subire dilavamenti o trasformazioni delle proprie componenti in funzione dell’acqua, dell’anidride carbonica e degli agenti contaminanti presenti.
Per sapere esattamente quali fenomeni chimici siano in corso, però, non basta guardare la parete.
Ed è un concetto sul quale voglio essere altrettanto chiaro: un tecnico può formulare delle ipotesi osservando il degrado, ma non può trasformare un’impressione visiva nell’identificazione certa delle sostanze presenti. Per questo, nel caso specifico, sono state eseguite anche verifiche chimiche prima di definire l’intervento sui materiali.
Si è forato il muro senza intervenire sul punto da cui entrava l’acqua
Una volta interpretato il degrado come risalita, è stata eseguita la barriera chimica. I fori attraversano alternativamente mattoni e fughe creando una lunga sequenza di perforazioni perfettamente visibile nella fotografia.
Ma anche ammettendo che il prodotto inserito avesse svolto esattamente la funzione prevista, il problema sarebbe rimasto.
La pioggia continuava a raggiungere la facciata. Le fughe continuavano a presentare discontinuità. I mattoni maggiormente esposti continuavano a intercettare l’acqua. Le microcavità continuavano a costituire possibili punti di ingresso.
La barriera era stata realizzata in basso mentre l’acqua responsabile del degrado arrivava dalla superficie esterna.
Non è quindi corretto descrivere questo caso semplicemente dicendo che “la barriera chimica non ha funzionato”. Il problema è ancora più grave dal punto di vista diagnostico: non avrebbe potuto risolvere quella patologia perché era stata installata per contrastare un meccanismo differente da quello realmente presente.
In più, la perforazione non è un’operazione neutra. Una serie continua di fori modifica fisicamente la muratura e introduce discontinuità che non possono successivamente essere eliminate ripristinando semplicemente la superficie.
Non intendo attribuire automaticamente a questi fori un determinato comportamento strutturale in caso di sisma, perché una valutazione di questo tipo richiederebbe verifiche specifiche. Ma soprattutto nelle murature storiche o eterogenee, una sequenza continua di perforazioni merita almeno di essere considerata anche sotto questo aspetto.
Quando un intervento è realmente necessario, questa modifica può essere parte della scelta progettuale. Quando invece l’intervento è inutile, rimane semplicemente una muratura perforata senza che sia stata eliminata la causa del problema.
La soluzione era molto più semplice della barriera chimica
Una volta individuato il reale comportamento della parete, l’intervento cambia completamente.
Non occorre creare una barriera all’interno del muro. Occorre intervenire sui punti attraverso i quali l’acqua meteorica riesce a penetrare e sulle condizioni che impediscono alla superficie di gestirla correttamente.
Nel caso specifico era necessario lavorare direttamente sulle malte e sui mattoni. Le fughe deteriorate dovevano essere scarnificate nelle parti necessarie, i materiali contaminati o degradati dovevano essere correttamente trattati e la superficie doveva essere preparata in funzione delle caratteristiche effettivamente rilevate.
Successivamente era possibile ricostruire le fughe utilizzando una malta più idonea al tipo di muratura e alle forti variazioni termiche alle quali quella facciata era sottoposta.
Anche il mattone deve essere trattato correttamente, ma questo non significa impermeabilizzarlo.
Una muratura in laterizio a vista deve continuare a essere in grado di assorbire una certa quantità d’acqua e soprattutto di restituirla all’ambiente. L’obiettivo è ristabilire un equilibrio accettabile tra quantità d’acqua ricevuta ed evaporazione.
Dove tecnicamente opportuno possono essere utilizzati anche trattamenti idrofobizzanti compatibili con il supporto, purché non venga compromessa la capacità di asciugamento del materiale.
Ed è importante precisare un altro aspetto: non tutti questi fenomeni devono necessariamente essere eliminati al cento per cento.
In alcuni casi possono essere risolti. In altri possono essere fortemente ridotti. In altri ancora può essere più ragionevole contenerli e programmare una corretta manutenzione.
La domanda iniziale dovrebbe essere: quanto è realmente grave il fenomeno e quali conseguenze può produrre?
Una leggera alterazione estetica è una cosa. La progressiva disgregazione dei mattoni, l’ingresso di acqua negli ambienti interni, il distacco degli intonaci o il deterioramento degli impianti sono problemi completamente diversi.
Questi danni possono diventare economicamente molto più importanti dell’umidità visibile sulla facciata. E proprio perché sono meno immediati da interpretare possono portare a una successione di interventi sbagliati, ognuno dei quali tenta di correggere il precedente senza che sia mai stata determinata la causa iniziale.

Un lavoro inutile nasce quasi sempre prima del cantiere
Questo caso, per me, non rappresenta semplicemente una barriera chimica che ha dato un risultato insoddisfacente, rappresenta un errore di impostazione e poi di progetto.
È stata individuata una tecnologia prima di aver determinato correttamente la patologia. Si sono realizzati decine di fori in una muratura per contrastare un’acqua che non percorreva la strada che quella barriera avrebbe dovuto interrompere.
In questo caso la barriera chimica è stata inutile. Non perché io debba essere favorevole o contrario per principio a una tecnologia, ma perché i dati della muratura dimostravano che il problema era un altro, questa è la differenza tra scegliere un prodotto e fare una diagnosi.
Una tecnologia non diventa efficace perché viene applicata correttamente. Diventa efficace soltanto quando viene applicata al fenomeno per il quale è stata progettata. Qui non è successo, e il risultato è quello che si vede nella fotografia: la causa è rimasta e il muro, nel frattempo, è stato perforato inutilmente.
Domande frequenti
Una barriera chimica può essere inutile?
Sì. Se l’acqua responsabile del degrado non attraversa la fascia trattata dalla barriera, l’intervento può risultare completamente inutile anche quando il prodotto è stato applicato correttamente.
Come si capisce se l’umidità proviene realmente dal basso?
Non è sufficiente osservare l’altezza della macchia. Occorre valutare distribuzione dell’acqua, esposizione della parete, materiali, condizioni termiche, geometria del degrado e risultati delle misure strumentali.
Una facciata in mattoni molto esposta al sole può trattenere acqua?
Può contenere acqua negli strati più profondi, ma le alte temperature superficiali favoriscono fortemente l’evaporazione degli strati esterni. Una persistente presenza di acqua superficiale deve quindi essere interpretata considerando anche questo comportamento.
Se l’acqua entra dalle fughe, ha senso realizzare una barriera chimica alla base?
Non per correggere quel percorso dell’acqua. Se l’ingresso avviene attraverso fughe, fessure o discontinuità della facciata, l’intervento deve essere indirizzato principalmente verso quelle cause.



