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Barriere chimiche nei muri in sasso e pietra. Chi garantisce di seguire le fughe va controllato

La fuga visibile sulla superficie non descrive il percorso della malta nello spessore del muro. Pietre, rincalzi, cavità e materiali disomogenei possono ostacolare la perforazione e compromettere la distribuzione del prodotto: seguire i giunti all’esterno non dimostra di aver realizzato una barriera continua all’interno

Una barriera chimica nelle fughe viene spesso presentata come la risposta più semplice alle difficoltà delle murature in pietra: anziché perforare i sassi, si seguono i giunti di malta e si introduce il prodotto. Osservando la parete dall’esterno, il ragionamento può sembrare convincente. Il problema nasce quando questa indicazione viene trasformata nella garanzia che la punta attraverserà soltanto malta e che il trattamento raggiungerà in modo continuo tutto lo spessore del muro.

Sono due affermazioni molto diverse. Individuare una fuga sulla superficie è possibile; conoscere da quella sola osservazione ciò che si trova dietro non lo è. La critica riguarda quindi la certezza venduta prima delle verifiche, non la semplice scelta di collocare l’imbocco dei fori nei giunti. Una fila di fori ben visibile non costituisce la prova di una barriera ben distribuita.

La fuga visibile non descrive l’interno del muro

Una muratura in pietrame può essere composta da paramenti esterni e da un nucleo nel quale cambiano dimensioni delle pietre, quantità di malta e presenza di vuoti. La nota tecnica del Department for Communities dell’Irlanda del Nord descrive proprio questa variabilità, richiamando anche la possibilità di assestamenti del materiale interno rispetto alle facce esterne. Non è quindi corretto immaginare il giunto visibile come un percorso rettilineo che attraversa necessariamente tutta la parete.

Nella mia esperienza, una quota indicativa del 25–30% delle murature in sasso esaminate presenta spessori compresi tra 35 e 45 centimetri. Incontro anche pareti più sottili e strutture molto più massicce, che possono superare il metro. Questi valori descrivono il mio lavoro di campo, non una distribuzione statistica generale. Servono però a chiarire che, spesso, la perforazione deve attraversare molto più dei pochi centimetri leggibili sulla superficie.

Con l’aumentare della profondità da raggiungere crescono le porzioni di muratura che non possiamo conoscere guardando il paramento. Non significa che ogni muro spesso sia necessariamente incoerente, né che oltre una determinata misura si incontrino sempre tre o quattro pietre. Significa che non possiamo attribuire all’interno una geometria che non abbiamo verificato.

Lo schema illustrativo che accompagna l’articolo mostra questa differenza: il giunto riconoscibile frontalmente può incontrare, nello spessore, altri elementi lapidei. È una rappresentazione del problema, non il rilievo dell’interno di una specifica parete.

Schema illustrativo della differenza tra il giunto visibile e la disposizione interna delle pietre. Non rappresenta un rilievo diagnostico della parete fotografata.

I fori vengono spesso adattati alle fughe, non a una distribuzione verificata

Negli interventi che mi capita di esaminare riscontro frequentemente fori nell’ordine dei 20–22 millimetri e interassi indicativi di 15–20 centimetri. La disposizione, tuttavia, è spesso irregolare: gli imbocchi vengono collocati dove la fuga è più larga o dove la perforazione risulta più agevole. In presenza di malta poco resistente, inoltre, il foro può allargarsi o presentare un bordo sgranato, diverso dalla geometria teorica dell’utensile.

Questi dati non devono essere scambiati per istruzioni di posa. Per esempio, la documentazione di SikaMur InjectoCream-100 prevede fori da 12 millimetri con interasse massimo di 120 millimetri. Ogni sistema ha quindi condizioni applicative proprie, che non possono essere sostituite dalle dimensioni abitualmente incontrate in cantiere.

Il problema non è l’irregolarità estetica della fila. È capire se la disposizione effettivamente realizzata consenta al prodotto di raggiungere le zone necessarie. Scegliere il punto più comodo per introdurre la punta non dimostra che quel punto sia anche quello tecnicamente corretto per il trattamento.

Una cavità può ricevere il liquido senza contribuire alla barriera

Durante alcune indagini endoscopiche ho osservato cavità comunicanti con i fori già eseguiti. Questo cambia completamente il significato del consumo di prodotto: il liquido introdotto può trovare uno spazio nel quale raccogliersi o defluire, anziché distribuirsi nella porosità del materiale da trattare. L’endoscopia permette di documentare le porzioni raggiungibili dall’ispezione, ma non rende automaticamente conoscibile l’intera rete dei vuoti.

La distinzione è sostanziale. Assorbimento nella malta e dispersione in una cavità non sono lo stesso fenomeno. Anche lo studio di Franzoni, Rirsch e Paselli pubblicato nel 2020 richiama il problema delle murature con grandi vuoti e fessure, comprese quelle in pietrame, nelle quali il prodotto può drenare negli spazi interni. Il lavoro riconosce il principio di funzionamento delle iniezioni, ma ne evidenzia queste specifiche limitazioni.

Una precisazione evita però l’errore opposto: una barriera chimica non richiede che ogni foro comunichi direttamente con quello accanto come un piccolo condotto. Occorre che il trattamento raggiunga una distribuzione efficace rispetto ai percorsi di trasporto capillare da contrastare. La mancanza di una fuga rettilinea non dimostra, da sola, l’impossibilità di qualsiasi trattamento; dimostra l’insufficienza della garanzia basata soltanto sulla fuga esterna.

Una disposizione regolare può interessare materiali differenti. La posizione dei fori deve essere valutata insieme alle caratteristiche della muratura e alle prescrizioni applicative.

Crema, caduta e pressione non risolvono automaticamente la discontinuità

Le formulazioni non sono equivalenti e non possono essere giudicate soltanto dalla facilità con cui entrano nel foro. Le creme a base silanica sono sistemi idrofobizzanti: mirano a ridurre la bagnabilità e l’assorbimento capillare del materiale trattato, non a inserire una membrana fisica nel muro. Una consistenza apparentemente oleosa osservata durante una prova non è quindi sufficiente per descrivere il funzionamento di tutte le creme come quello di un semplice strato d’olio.

Nelle applicazioni per caduta, il tempo di permanenza può consentire al supporto di assorbire il liquido; nelle prove che ho effettuato, tuttavia, la presenza di cavità ha rappresentato un limite importante. Un contenitore che si svuota non dimostra dove sia finito il prodotto. Allo stesso modo, un assorbimento molto lento non può essere interpretato senza conoscere il materiale e le condizioni del foro.

Anche il contenuto d’acqua va considerato senza formule assolute. Non è corretto sostenere che una muratura umida impedisca sempre la diffusione di qualsiasi prodotto: gli studi su combinazioni di malta e mattone mostrano comportamenti differenti tra formulazioni e supporti, anche in relazione ai pori già occupati dall’acqua. Proprio per questo non è possibile trasferire automaticamente un risultato ottenuto su un materiale a una muratura irregolare di composizione diversa.

Con l’iniezione a pressione il problema non scompare. Mi è capitato, anche durante prove personali, di riuscire a introdurre soltanto una parte della quantità prevista e di dover cercare altri punti di accesso per la presenza di ostacoli. In queste situazioni il numero delle perforazioni tende ad aumentare e la lavorazione si allontana dallo schema inizialmente ipotizzato. Aggiungere fori non equivale, da solo, a verificare la distribuzione dell’iniettato; impone inoltre di riconsiderare i rischi meccanici delle perforazioni, già affrontati nell’altro articolo della serie.

Gli stessi produttori prevedono ostacoli e fori supplementari

Le indicazioni applicative di Safeguard Europe per murature in pietra irregolare e con riempimento interno sono più prudenti di molte spiegazioni commerciali semplificate. Invitano a seguire il corso della malta per quanto concretamente possibile e riconoscono che il materiale del nucleo può cadere nei fori e ostruirli. Prevedono quindi, in determinate condizioni, perforazioni dai due lati, fori aggiuntivi o una riduzione dell’interasse. Per queste murature il produttore raccomanda la crema rispetto alle proprie barre impregnate.

Non si tratta di una dichiarazione secondo cui il sistema non funziona mai. È però il riconoscimento esplicito che l’applicazione dipende da ciò che si incontra nel muro. Una prescrizione condizionata dalle difficoltà reali non può diventare, nel preventivo, la certezza che basti seguire le fughe senza altri accertamenti.

Schema illustrativo della differenza tra il giunto visibile e la disposizione interna delle pietre. Non rappresenta un rilievo diagnostico della parete fotografata.

Il risultato va verificato, non dedotto dai litri iniettati

Il volume introdotto è un dato esecutivo, ma non costituisce da solo una verifica di efficacia. Occorre distinguere la quantità utilizzata, la sua distribuzione nel supporto e il comportamento successivo della muratura. Anche una superficie apparentemente asciutta può essere difficile da interpretare quando, insieme all’iniezione, sono stati sostituiti gli intonaci.

La ricerca di van Hees, Lubelli e Hacquebord sui metodi di verifica delle iniezioni affronta proprio questa difficoltà: il miglioramento visibile può dipendere dal trattamento oppure dalle finiture applicate contemporaneamente. Lo studio propone verifiche specifiche della prestazione, anziché affidarsi soltanto all’aspetto della parete.

Sulla durata non è corretto affermare che manchino del tutto studi: esistono anche sperimentazioni di laboratorio prolungate, come quella pubblicata da Alfano e collaboratori nel 2006. I risultati ottenuti su pareti sperimentali, però, non consentono di assegnare automaticamente la stessa durata a un muro in pietrame del quale non sia stata verificata neppure la distribuzione iniziale del prodotto.

La verifica applicativa resta distinta dalla valutazione della compatibilità dell’intervento. Per quest’ultimo aspetto rimando all’approfondimento forare una muratura in pietra: scienza e Cassazione, senza ripetere qui l’intero quadro documentale.

Prima della barriera serve una diagnosi di fattibilità

La prima verifica riguarda la causa dell’umidità; la seconda riguarda il muro sul quale si intende intervenire. La diagnosi dell’umidità e della muratura deve quindi distinguere il percorso dell’acqua dalle caratteristiche del supporto: spessore, tessitura, qualità della malta, cavità, discontinuità e condizioni di conservazione.

La nota tecnica nordirlandese segnala che, nelle murature in pietrame con vuoti e malta degradata, possono essere necessari interventi preliminari sul nucleo, senza che questo elimini automaticamente l’incertezza della copertura del trattamento. È un motivo ulteriore per non trasformare il consolidamento in una semplice preparazione standard alla vendita della barriera.

In alcuni casi il piano di risanamento potrà prevedere risarciture, ristilature o altri interventi mirati sulle discontinuità effettivamente individuate. Non significa che trattare superficialmente le fughe sostituisca sempre una barriera o un’impermeabilizzazione: ciascuna lavorazione deve rispondere alla causa accertata e risultare compatibile con la muratura.

La domanda da porre prima di autorizzare i lavori rimane quindi molto concreta: quali verifiche consentono di affermare che il prodotto raggiungerà le zone necessarie, con quale procedimento e con quale controllo del risultato? Se la risposta è soltanto «seguiamo le fughe», non è stata ancora spiegata la fattibilità dell’intervento.

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Domande frequenti

Seguire le fughe significa evitare tutte le pietre?

No. Collocare l’imbocco nella malta visibile non garantisce che il foro attraversi soltanto malta. Nello spessore possono esserci altri elementi lapidei, vuoti e materiali di riempimento; anche le istruzioni dei produttori prevedono difficoltà e adattamenti della perforazione.

La discontinuità delle fughe rende sempre impossibile la barriera chimica?

Non necessariamente. Il punto da verificare è la distribuzione del trattamento rispetto ai percorsi capillari della muratura. L’assenza di un giunto rettilineo impedisce di presumere la continuità sulla sola base della superficie, ma non dimostra da sola l’impossibilità di ogni applicazione.

Una crema idrofobizzante è una barriera fisica?

No. Una crema silanica agisce attraverso l’idrofobizzazione del materiale raggiunto dal trattamento. Non equivale a una membrana inserita nello spessore del muro e la sua applicazione deve rispettare le condizioni del sistema utilizzato.

Una muratura già umida impedisce sempre la diffusione del prodotto?

No. La risposta dipende dalla formulazione, dal grado di saturazione e dalle caratteristiche dei materiali. Gli studi mostrano differenze di trasporto tra prodotti e supporti: non è corretto usare una regola unica per qualsiasi muratura umida.

Se l’intonaco nuovo rimane asciutto, il trattamento ha funzionato?

Non è una prova sufficiente. Quando vengono eseguite contemporaneamente iniezioni e sostituzione delle finiture, occorre distinguere l’effetto delle due lavorazioni attraverso verifiche adeguate. Il solo miglioramento visivo non dimostra la prestazione della barriera.

Fonti e riferimenti

Department for Communities – Northern Ireland, Technical Note: Masonry Walls. Riferimento istituzionale sulle murature in pietrame, sui vuoti e sulla malta degradata nel nucleo, con indicazioni sulle incertezze delle iniezioni chimiche.

Technical Note: Masonry Walls

Franzoni E., Rirsch E., Paselli Y., Which methods are suitable to assess the effectiveness of chemical injection treatments in the laboratory?, Journal of Building Engineering, 29, 2020, 101131. DOI: 10.1016/j.jobe.2019.101131. Analisi dei metodi di prova e dei limiti applicativi delle iniezioni.

Scheda nel repository dell’Università di Bologna

Hacquebord A., Lubelli B., van Hees R.P.J., Nijland T., Evaluation of Spreading and Effectiveness of Injection Products against Rising Damp in Mortar/Brick Combinations, Procedia Chemistry, 8, 2013, pp. 139–149. DOI: 10.1016/j.proche.2013.03.019. Studio sulla diffusione delle formulazioni e sull’influenza delle interfacce tra materiali.

Articolo scientifico

van Hees R.P.J., Lubelli B., Hacquebord A., New test methods to verify the performance of chemical injections to deal with rising damp, Journal of Cultural Heritage, 31, Supplement, 2018, pp. S52–S59. DOI: 10.1016/j.culher.2018.03.024. Ricerca sulla verifica dell’efficacia delle iniezioni.

Articolo scientifico

Daniele Stevoli

Patologo e consulente edile specializzato nell’analisi delle cause di degrado delle costruzioni correlate ai fenomeni di umidità, infiltrazioni, condensazioni e danni post-evento. Opero con un approccio tecnico-diagnostico strutturato, fondato su indagini strumentali, misurazioni oggettive, analisi chimiche e lettura stratigrafica delle murature, finalizzate all’individuazione certa delle cause e alla distinzione tra sintomi e origine del problema. L’attività si basa su un’esperienza maturata su centinaia di casi reali, con particolare attenzione ai meccanismi fisico-chimici che regolano il comportamento igrometrico dei materiali, inclusi i fenomeni di trasporto dei sali, le interazioni con le finiture e le alterazioni indotte da interventi non corretti. Affianco alla diagnosi una competenza avanzata nella progettazione degli interventi di risanamento, sviluppando soluzioni tecniche coerenti con il quadro patologico rilevato. Fornisco indicazioni operative estremamente dettagliate per l’esecuzione in cantiere, definendo materiali, cicli applicativi e modalità di intervento, con l’obiettivo di garantire efficacia, durabilità e controllo del risultato. Mi occupo inoltre della gestione degli effetti secondari dell’umidità, tra cui cristallizzazione salina, degrado degli intonaci e contaminazioni biologiche, attraverso protocolli di trattamento verificabili e basati su criteri tecnici. Eseguo consulenze tecniche e perizie specialistiche rivolte a privati, imprese e professionisti, con approccio indipendente e orientato alla risoluzione concreta del problema. L’obiettivo è fornire diagnosi affidabili e indicazioni chiare, evitando interventi inefficaci e ottimizzando le risorse economiche del committente.

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