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Barriere chimiche nei muri in sasso o pietra. Perforare può comportare danni irreparabili

Una muratura in pietrame non è un materiale omogeneo. Dietro la superficie visibile possono trovarsi sassi di dimensioni differenti, rincalzi, vuoti, malte degradate e nuclei scarsamente coerenti. Prima di eseguire decine di perforazioni profonde bisognerebbe sapere che cosa quelle perforazioni andranno realmente a intercettare.

Una barriera chimica applicata a una muratura in pietra viene spesso rappresentata come una lavorazione relativamente semplice: si stabilisce una quota, si esegue una successione di fori e si introduce il prodotto destinato a limitare la migrazione dell’acqua. Il problema è che questo schema presuppone implicitamente di conoscere il materiale che verrà attraversato, mentre una muratura in sasso può avere una struttura interna molto più complessa di ciò che appare osservandone la superficie.

Il punto non è sostenere che ogni perforazione produca necessariamente un dissesto. Sarebbe una generalizzazione. Il punto è l’esatto contrario: non si può stabilire a priori che decine di perforazioni profonde siano prive di conseguenze quando non si conoscono tessitura, qualità della malta, vuoti, rincalzi e collegamento interno degli elementi che costituiscono il muro.

Le linee guida pubblicate nell’agosto 2026 dallo Scottish Government insieme a Historic Environment Scotland arrivano a indicare espressamente, tra i rischi delle barriere chimiche o a iniezione sulle murature tradizionali massicce, il danno fisico permanente alla pietra storica prodotto dalla perforazione dei fori necessari all’iniezione. La stessa guida segnala inoltre possibili problemi per l’integrità della pietra e l’impossibilità di controllare con precisione dove il prodotto si distribuirà nello spessore murario.

Questo dato, da solo, dovrebbe essere sufficiente per smettere di descrivere la perforazione sistematica di una muratura in pietra come un passaggio automaticamente innocuo.

Un muro in sasso non è un blocco uniforme da attraversare con una punta

Una parete in pietrame può essere composta da elementi lapidei di dimensioni molto diverse, posati senza corsi perfettamente regolari e collegati mediante malta. All’interno possono essere presenti pietre più piccole utilizzate come rincalzo, vuoti, porzioni di malta che nel tempo hanno perso coesione, nuclei interni meno compatti e collegamenti trasversali più o meno efficaci tra i due paramenti.

La stabilità di questo insieme non dipende soltanto dalla quantità complessiva di pietra e malta presente. Conta anche il modo in cui gli elementi sono reciprocamente appoggiati, confinati e ingranati. Una pietra apparentemente secondaria può contribuire localmente alla stabilizzazione di altre, così come una malta degradata può trovarsi in una condizione molto diversa da quella leggibile sulla superficie esterna.

Quando una punta penetra in questo sistema può attraversare, nell’ordine, una pietra, un giunto, una cavità, un elemento di rincalzo, altra malta e nuovamente un elemento lapideo. Non esiste quindi alcuna ragione tecnica per attribuire automaticamente a tutto lo spessore del muro la stessa regolarità che vediamo nei primi centimetri.

Il Department for Communities dell’Irlanda del Nord descrive espressamente le solid rubble masonry walls come strutture nelle quali il nucleo contiene spesso vuoti e malta degradata. Proprio queste caratteristiche rendono irregolare anche la distribuzione dei prodotti iniettati e possono rendere necessario, prima del trattamento, rimuovere materiale incoerente e consolidare il nucleo mediante malta. Anche dopo tale preparazione la continuità della barriera viene indicata come incerta.

La domanda diventa quindi abbastanza inevitabile: se per rendere affidabile il trattamento può essere necessario conoscere e persino consolidare preventivamente il nucleo della parete, con quale criterio si può considerare normale perforarlo sistematicamente senza averne prima verificato le condizioni?

Fori di barriera chimica eseguiti lungo le fughe di una muratura in pietra

Forare direttamente la pietra può essere la scelta peggiore

Nella prima delle immagini che accompagnano questo articolo è visibile una successione molto regolare di perforazioni. Alcune attraversano i giunti, altre entrano direttamente negli elementi lapidei.

Dal punto di vista esecutivo è una situazione particolarmente delicata. Molti litotipi utilizzati nelle murature storiche possono essere estremamente compatti e resistenti alla perforazione. Più aumenta la resistenza del materiale, maggiori possono diventare tempi di lavoro, usura degli utensili e sollecitazioni necessarie per avanzare. Se inoltre viene impiegata la percussione, alla semplice asportazione di materiale vengono aggiunte sollecitazioni dinamiche.

Questo non significa che una pietra resistente si fessuri ogni volta che viene perforata. Significa però che non è possibile considerare equivalenti una perforazione controllata su un materiale conosciuto e una successione di fori realizzati attraverso una tessitura irregolare senza sapere quale elemento verrà incontrato.

C’è poi un secondo problema. La pietra non presenta sempre la porosità necessaria per distribuire efficacemente un prodotto destinato a penetrare nel materiale. Alcuni litotipi compatti hanno assorbimenti molto limitati; perforarli può quindi significare realizzare un foro permanente senza ottenere attorno al foro la diffusione che sarebbe necessaria al trattamento.

Perfino la documentazione tecnica di sistemi commerciali distingue le pietre porose dalle altre e riconosce le particolari difficoltà delle murature in random stone e con rubble infill.

Non basta quindi riuscire materialmente a fare il foro. Bisogna chiedersi che funzione abbia quel foro una volta eseguito.

Se la punta incontra un vuoto o un rincalzo, il problema cambia completamente

All’interno delle murature di spessore significativo è normale che una perforazione possa incontrare più elementi lungo il proprio percorso. Una fuga osservata sulla faccia esterna non implica che dietro di essa esista una continuità di malta fino al lato opposto.

Può comparire un altro sasso dopo pochi centimetri oppure la punta può entrare in un vuoto o incontrare piccoli elementi utilizzati per organizzare e riempire il nucleo.

Su questo punto è particolarmente interessante osservare ciò che dichiarano gli stessi produttori. Nelle istruzioni applicative Dryzone dedicate alle murature in pietra irregolare e rubble infill viene riconosciuto che la variabilità dello spessore e la possibilità che il materiale di riempimento cada all’interno dei fori possono creare difficoltà. In tali condizioni viene perfino prevista la possibilità di perforare dai due lati o di realizzare fori supplementari quando quelli già eseguiti risultano ostruiti. Dove è difficile individuare il corso della malta viene inoltre suggerita una riduzione dell’interasse tra le perforazioni.

Questo documento commerciale non dimostra che la muratura perda necessariamente stabilità. Dimostra però qualcosa di molto concreto: la possibilità che materiale interno alla muratura si mobiliti durante la perforazione è riconosciuta persino nelle istruzioni di applicazione del sistema.

Se il nucleo contiene elementi scarsamente vincolati, cavità o malte che hanno perso coesione, diventa quindi tecnicamente necessario chiedersi che cosa possa produrre una perforazione profonda, soprattutto quando viene ripetuta a distanza ravvicinata lungo tutta la parete.

Come può essere costruito internamente un muro in sasso

La percussione non è un particolare secondario

La modalità di perforazione deve essere considerata parte integrante della valutazione.

Una perforazione eseguita a sola rotazione o mediante carotaggio controllato non equivale a una lavorazione eseguita con roto-percussione. Nel secondo caso l’azione della punta non si limita all’asportazione del materiale: vengono generate anche sollecitazioni impulsive che si trasmettono localmente alla pietra, alla malta e agli elementi adiacenti.

Nelle murature regolari e in buono stato questo può non avere conseguenze significative. In una muratura irregolare con vuoti, rincalzi e malta degradata non dovrebbe invece essere dato per scontato.

Il problema diventa ancora più evidente osservando la ricerca scientifica sull’Hole-Drilling. Il Donostia Method utilizza proprio l’esecuzione controllata di un foro per misurare le deformazioni determinate dal rilassamento delle tensioni dopo l’asportazione locale di materiale. Non è uno studio sulle barriere chimiche e non dimostra che un foro di barriera provochi un danno; dimostra però che una perforazione è perfettamente in grado di modificare localmente lo stato tensionale di un elemento murario.

Ho approfondito separatamente questo principio insieme alle fonti scientifiche e alla giurisprudenza italiana nell’articolo “Forare una muratura in pietra: scienza e Cassazione”.

Il danno permanente non significa necessariamente crollo, ma rimane un danno

È importante distinguere i termini.

Quando una linea guida parla di danno fisico permanente prodotto dalla perforazione non sta dicendo che ogni muro perforato diventerà instabile. Un foro costituisce però un’asportazione irreversibile del materiale originario. Una pietra perforata non ritorna nella condizione precedente semplicemente riempiendo il foro con una crema o con una malta.

Se durante la lavorazione vengono inoltre provocate microfessurazioni, distacchi locali oppure mobilizzati piccoli elementi della tessitura, il problema non può essere ridotto alla sola area geometrica del foro.

La stessa guida Scottish Government/Historic Environment Scotland afferma che, nelle costruzioni tradizionali, gli interventi per contrastare la risalita mediante barriere, iniezioni chimiche ed elettrosmosi possono risultare inefficaci e provocare danni al tessuto edilizio; per le DPC chimiche vengono espressamente richiamati il deterioramento della pietra o della malta e il danno meccanico prodotto dai fori.

Quindi il titolo di questo articolo va letto esattamente in questi termini: perforare può comportare danni irreparabili. Non significa sostenere che ogni perforazione provochi un cedimento strutturale. Significa riconoscere che l’asportazione di materiale, il possibile danneggiamento della pietra e l’eventuale alterazione locale di una tessitura già debole possono produrre modificazioni che non sono semplicemente reversibili.

Anche se non si fora la pietra, il problema non scompare

Una delle risposte più frequenti a questa obiezione consiste nel sostenere che la barriera possa essere realizzata semplicemente seguendo le fughe della muratura, senza interessare i sassi.

È certamente una modalità meno aggressiva rispetto alla perforazione indiscriminata degli elementi lapidei, ma non dimostra affatto che la lavorazione sia automaticamente fattibile. La fuga visibile sul paramento esterno non dice che cosa esista dieci, venti o quaranta centimetri più all’interno.

È proprio questo il tema del successivo approfondimento della serie: nelle murature in pietrame affermare di poter “seguire le fughe” lungo tutto lo spessore può significare promettere qualcosa che dall’esterno non è possibile conoscere.

Per evitare di ripetere qui lo stesso argomento, questo aspetto verrà analizzato separatamente, perché riguarda sia il rischio della perforazione sia la possibilità concreta di creare una barriera continua all’interno di una struttura tridimensionale irregolare.

Prima bisogna conoscere la muratura, poi decidere se perforarla

Una corretta procedura non dovrebbe iniziare stabilendo il numero dei fori. Dovrebbe iniziare dalla muratura.

Occorre comprendere come è costruita, quali pietre la compongono, quale sia lo stato della malta, se siano presenti cavità o nuclei incoerenti, se i due paramenti siano correttamente collegati e quale sia l’effettivo stato di conservazione della struttura. Quando necessario, devono precedere l’intervento opere di risarcitura, ristilatura o consolidamento coerenti con materiali e tecnica costruttiva esistenti.

Solo dopo questa fase ha senso stabilire se una lavorazione mediante perforazione sia tecnicamente compatibile.

In diversi casi può risultare molto più razionale intervenire direttamente sulle malte e sulle discontinuità effettivamente individuate, evitando di stressare inutilmente gli elementi lapidei. Ma anche questa non deve diventare una nuova ricetta universale: tipologia di malta, profondità delle fughe, qualità del nucleo, materiali di riparazione e sistemi protettivi devono essere scelti in funzione della muratura reale.

La regola pratica che suggerisco è quindi piuttosto semplice: più un intervento su un muro in pietra viene presentato come una procedura facile e standardizzata, più bisognerebbe chiedere quali verifiche siano state eseguite prima di accendere il trapano.

La diagnosi viene prima della barriera chimica

Una barriera chimica non dovrebbe essere progettata soltanto perché l’umidità compare nella fascia inferiore di una parete. Prima deve essere accertata la causa dell’acqua e successivamente deve essere verificata la compatibilità dell’intervento con la struttura che si intende modificare.

Nel caso delle murature in pietrame questo secondo passaggio diventa particolarmente importante. Non basta sapere che il muro è umido: bisogna sapere come è costruito il muro che si vuole perforare.

Se emergono problemi di consistenza, vuoti, lesioni o dubbi sulla stabilità, la valutazione deve precedere qualsiasi intervento invasivo e, quando il problema assume rilevanza strutturale, deve essere eseguita da un tecnico abilitato con specifiche competenze.

La diagnosi serve precisamente a questo: evitare che la scelta di un prodotto venga trasformata automaticamente nella scelta di una lavorazione.

Preventivo consulenza diagnostica dell’umidità

Domande frequenti

Una barriera chimica può danneggiare un muro in sasso?

Può farlo. Non significa che ogni barriera chimica provochi necessariamente un danno strutturale, ma le perforazioni costituiscono un’asportazione permanente di materiale e, nelle murature irregolari, possono interessare pietre, malte degradate, vuoti o elementi del nucleo difficilmente prevedibili dall’esterno.

Perforare direttamente il sasso è sempre sbagliato?

Non è possibile formulare una regola assoluta per qualsiasi pietra. Occorre valutare litotipo, porosità, resistenza, stato di conservazione e funzione della perforazione. In molti materiali compatti, tuttavia, la perforazione può essere particolarmente impegnativa mentre la capacità del prodotto di distribuirsi all’interno della pietra può risultare limitata.

È più sicuro perforare soltanto le fughe?

Può ridurre l’aggressività diretta nei confronti della pietra, ma non risolve automaticamente il problema. La fuga osservata sulla superficie non necessariamente prosegue lungo tutto lo spessore della muratura e il foro può incontrare pietre, vuoti o materiale di rincalzo. Questo tema verrà approfondito separatamente nel prossimo articolo.

La percussione può avere importanza?

Sì. Una perforazione a percussione aggiunge sollecitazioni dinamiche alla rimozione del materiale. La rilevanza dipende dalle condizioni della muratura, dal tipo di pietra, dalla qualità della malta, dalla presenza di vuoti e dalle attrezzature impiegate.

I fori provocano sempre danni strutturali?

No. Danno fisico, modificazione locale dello stato tensionale, danno strutturale e collasso sono concetti differenti. Le fonti disponibili non consentono di affermare che ogni perforazione produca un dissesto, ma non consentono nemmeno di considerare automaticamente irrilevante una successione di fori profondi in una muratura della quale non si conosce la struttura interna.

Cosa dovrebbe essere fatto prima di realizzare una barriera chimica in un muro di pietra?

Prima deve essere verificata la causa dell’umidità e poi studiata la muratura: tessitura, spessore, malta, vuoti, nuclei incoerenti, eventuali lesioni e stato generale di conservazione. Solo successivamente si può valutare se la perforazione sia compatibile e quale eventuale intervento utilizzare.

Fonti e riferimenti

Scottish Government – Historic Environment Scotland, Guide to Conversion of Traditional Buildings, Version 1.0, 10 agosto 2026.
La guida istituzionale segnala per le DPC chimiche nelle murature massicce tradizionali possibili problemi per l’integrità della pietra, difficoltà nel controllare la distribuzione dell’iniettato e danno fisico permanente prodotto dai fori.

Guida completa Scottish Government / Historic Environment Scotland

Sezione 3.4 – Moisture from the ground

Department for Communities – Northern Ireland, Technical Note: Masonry Walls.
Descrive le solid rubble masonry walls, la possibile presenza di vuoti e malta degradata nel nucleo e le incertezze associate alla distribuzione delle iniezioni chimiche.

Technical Note: Masonry Walls

Sánchez-Beitia S., Stresses analysis at the Altes Museum of Berlin by means of the Hole-Drilling technique (Donostia Method), Construction and Building Materials, 21, 2007, pp. 1680–1687. DOI 10.1016/j.conbuildmat.2006.05.052.
Il lavoro utilizza l’asportazione controllata di materiale e le deformazioni dovute al rilassamento tensionale per determinare lo stato di tensione della muratura.

Studio su ScienceDirect

Franzoni E., State-of-the-art on methods for reducing rising damp in masonry, Journal of Cultural Heritage, 31S, 2018, pp. S3–S9. DOI 10.1016/j.culher.2018.04.001.
Review scientifica sui principali sistemi impiegati per contrastare l’umidità di risalita e sui limiti delle conoscenze relative alla loro efficacia nelle murature reali.

Studio su ScienceDirect

Safeguard Europe / Dryzone, Rising Damp & its Control – Drilling Random Stone and Rubble Infill Walls.
Documentazione applicativa che riconosce le difficoltà determinate dalla variabilità delle murature in pietra e dalla possibilità che il materiale di riempimento cada e ostruisca i fori, rendendo talvolta necessari fori aggiuntivi o perforazioni da entrambi i lati. È una fonte commerciale, utilizzata esclusivamente come riscontro delle criticità applicative dichiarate dallo stesso produttore.

Documentazione Safeguard Europe

Approfondimento DS Deumidificazioni – Forare una muratura in pietra: scienza e Cassazione.
Raccoglie separatamente letteratura scientifica, fonti istituzionali e il precedente della Cassazione Penale n. 35837/2021 relativo alla rilevanza delle perforazioni in una muratura eterogenea.

Forare una muratura in pietra: scienza e Cassazione

Daniele Stevoli

Patologo e consulente edile specializzato nell’analisi delle cause di degrado delle costruzioni correlate ai fenomeni di umidità, infiltrazioni, condensazioni e danni post-evento. Opero con un approccio tecnico-diagnostico strutturato, fondato su indagini strumentali, misurazioni oggettive, analisi chimiche e lettura stratigrafica delle murature, finalizzate all’individuazione certa delle cause e alla distinzione tra sintomi e origine del problema. L’attività si basa su un’esperienza maturata su centinaia di casi reali, con particolare attenzione ai meccanismi fisico-chimici che regolano il comportamento igrometrico dei materiali, inclusi i fenomeni di trasporto dei sali, le interazioni con le finiture e le alterazioni indotte da interventi non corretti. Affianco alla diagnosi una competenza avanzata nella progettazione degli interventi di risanamento, sviluppando soluzioni tecniche coerenti con il quadro patologico rilevato. Fornisco indicazioni operative estremamente dettagliate per l’esecuzione in cantiere, definendo materiali, cicli applicativi e modalità di intervento, con l’obiettivo di garantire efficacia, durabilità e controllo del risultato. Mi occupo inoltre della gestione degli effetti secondari dell’umidità, tra cui cristallizzazione salina, degrado degli intonaci e contaminazioni biologiche, attraverso protocolli di trattamento verificabili e basati su criteri tecnici. Eseguo consulenze tecniche e perizie specialistiche rivolte a privati, imprese e professionisti, con approccio indipendente e orientato alla risoluzione concreta del problema. L’obiettivo è fornire diagnosi affidabili e indicazioni chiare, evitando interventi inefficaci e ottimizzando le risorse economiche del committente.

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