Infiltrazioni nelle riprese di getto: perché giunti, tiracasseri e difetti del calcestruzzo diventano punti critici
Una parete in calcestruzzo può apparire continua e compatta, ma riprese di getto, fessure, fori dei tiracasseri, segregazioni e raccordi fra platea e murature sono punti nei quali la tenuta all’acqua può diventare molto più complessa. Il problema non si risolve inseguendo la macchia: bisogna capire come è stata progettata e realizzata l’intera struttura.
Una parete in calcestruzzo armato viene spesso percepita come una struttura continua. La guardiamo dall’interno, vediamo una grande superficie grigia apparentemente omogenea e siamo portati a pensare che, se entra acqua, da qualche parte debba esserci semplicemente un foro da chiudere.
Nella realtà una struttura controterra è molto più articolata. Una platea e una parete possono essere state gettate in momenti differenti; una parete estesa può essere stata realizzata in più fasi; esistono attraversamenti, fori dei tiracasseri, riprese di getto, raccordi, ferri, giunti e possibili difetti di compattazione. Anche nello stesso elemento, quindi, ciò che sembra continuo alla vista può contenere numerose discontinuità.
È proprio qui che nasce uno degli errori che incontro più frequentemente: accorgersi dell’infiltrazione dopo che l’opera è stata completata e cercare di trasformare un dettaglio non progettato per la tenuta all’acqua in un dettaglio impermeabile intervenendo localmente con una resina, una malta o qualche perforazione.
A volte funziona. A volte funziona per un periodo. A volte sposta semplicemente il problema. E qualche volta, cercando di riparare una ripresa di getto perforandola senza avere prima compreso struttura e armature, si rischia di aggiungere una nuova vulnerabilità a quella che si voleva correggere.
Come patologo edile considero quindi il punto di ingresso soltanto una parte della diagnosi. Prima bisogna capire perché quel punto sia diventato vulnerabile.
Una vasca bianca non è semplicemente una scatola di calcestruzzo
Uno degli equivoci che incontro più spesso riguarda il concetto di vasca bianca. Si tende a identificare il sistema con il semplice fatto che platea e pareti siano in calcestruzzo armato, magari aggiungendo un prodotto al getto e confidando che il materiale faccia il resto.
Una vasca bianca è invece un sistema progettato. Non conta soltanto la formulazione del calcestruzzo, ma anche la geometria dell’opera, il controllo della fessurazione, la sequenza dei getti, le riprese, i giunti, gli attraversamenti, gli spessori, la compattazione e tutti i punti nei quali la continuità può essere interrotta.
Questo è importante perché il calcestruzzo può avere caratteristiche eccellenti e fallire comunque proprio nel punto in cui due elementi si incontrano.
Nella mia esperienza professionale, nei fabbricati che analizzo trovo molto frequentemente giunti assenti, incompleti o collocati in posizioni che non consentono di gestire correttamente la discontinuità. Non considero questa percentuale rappresentativa dell’intero patrimonio edilizio, perché intervengo prevalentemente nei casi problematici, ma nella mia casistica il fenomeno è tutt’altro che raro.
Il problema nasce spesso prima del getto. Se il dettaglio non è stato progettato, quello che non è stato previsto dovrà essere successivamente rincorso.
E rincorrere l’acqua nel calcestruzzo è raramente il sistema più economico per fermarla.
La ripresa di getto è una discontinuità che deve essere prevista
Una ripresa di getto non è necessariamente un difetto. In molte costruzioni è inevitabile e perfettamente prevista dal progetto. Il problema nasce quando viene trattata come se i due getti, semplicemente perché adiacenti, diventassero automaticamente un elemento omogeneo.
Nei cantieri di grandi dimensioni può accadere che una ripresa venga realizzata persino nell’arco della stessa giornata. Questo non elimina la necessità di gestire correttamente l’interfaccia fra il materiale già posato e quello successivo.
Quando preparazione, compattazione e continuità non sono adeguate, proprio quella linea può diventare un percorso preferenziale.
La terza fotografia dell’articolo mostra un esempio molto leggibile: la manifestazione segue una ripresa del getto e interessa precisamente la zona nella quale la struttura perde la propria uniformità. Non significa che ogni linea visibile sulla casseratura debba essere considerata permeabile. Significa che, quando acqua e discontinuità coincidono, quella relazione deve essere verificata.
Qui il mestiere consiste nel non fermarsi all’immagine.
Bisogna stabilire se il difetto prosegue nello spessore, come sono organizzati i ferri, se esiste un sistema di tenuta nella ripresa e se quella zona è realmente comunicante con l’acqua presente dall’altra parte.
Il giunto platea-parete merita molta più attenzione di quella che riceve
Il raccordo fra struttura orizzontale e parete controterra è uno dei dettagli più delicati proprio perché mette insieme elementi realizzati in tempi differenti e sottoposti a condizioni differenti.
Quando questo collegamento non è progettato per garantire la tenuta, intervenire successivamente può diventare molto più complicato.
Una delle soluzioni che considero particolarmente rischiose consiste nel cercare di compensare l’assenza del dettaglio corretto inserendo successivamente un elemento espansivo nella posizione sbagliata o senza verificare se la geometria disponibile sia sufficiente a contenerne l’azione.
Un materiale idroespansivo ha una funzione precisa. La capacità di aumentare volume quando viene raggiunto dall’acqua non significa che possa essere collocato in qualsiasi punto e che il calcestruzzo circostante sia automaticamente in grado di sopportarne l’azione.
Sono proprio queste semplificazioni a trasformare un prodotto tecnicamente valido in un’applicazione tecnicamente sbagliata. Lo stesso vale per resine e sigillanti. La loro presenza non sostituisce la progettazione del giunto.

Perforare esattamente dove esiste il problema non è sempre una buona idea
Quando l’acqua compare lungo una fessura o una ripresa di getto, una delle reazioni più intuitive consiste nel forare proprio quella zona e iniettare un prodotto. L’intuizione è comprensibile, ma non sempre prudente.
Stiamo lavorando su un elemento strutturale, nel quale sono presenti armature delle quali dobbiamo conoscere posizione e copriferro. Una perforazione non progettata può intercettare un ferro, ridurre localmente la protezione dell’armatura, creare nuovi percorsi oppure aggravare una discontinuità già presente.
Questo non significa che non si possano realizzare iniezioni nel calcestruzzo. Significa che non dovrebbero essere eseguite come se si stesse perforando una parete priva di funzione strutturale.
Prima viene la diagnosi del dettaglio, poi dopo viene la scelta della tecnologia… Il contrario è molto più rapido. Non necessariamente più intelligente.
I tiracasseri: piccoli punti che diventano grandi problemi quando spariscono sotto terra
I fori e gli elementi collegati ai tiracasseri sono un’altra vulnerabilità frequentemente sottovalutata.
Durante la costruzione sono perfettamente visibili. Una volta completata la parete, impermeabilizzata esternamente e successivamente interrata, diventano invece difficili o impossibili da raggiungere.
La prima fotografia mostra bene quanto velocemente una parete controterra venga progressivamente sottratta alla possibilità di ispezione. Tutto ciò che rimane dietro l’impermeabilizzazione e il terreno dovrà funzionare per anni senza poter essere osservato direttamente.
Per questo la corretta chiusura e sigillatura dei punti dei tiracasseri non dovrebbe essere considerata una lavorazione secondaria.
Se un elemento metallico rimane vulnerabile e viene raggiunto ripetutamente dall’acqua, i cicli di bagnatura e asciugatura, la presenza di ossigeno, la carbonatazione del calcestruzzo e altre condizioni ambientali possono contribuire ai processi corrosivi. Una volta che il terreno viene richiuso, intervenire diventa molto più oneroso.
Il problema del tiracassero non è quindi soltanto il foro, ma che quel foro sta per diventare invisibile.

Una membrana esterna non corregge automaticamente i difetti del calcestruzzo
Nella prima fotografia è presente una protezione impermeabile esterna applicata alla struttura.
Sistemi bituminosi, bentonitici e altre tecnologie di impermeabilizzazione possono avere funzioni e campi di applicazione differenti. Non considero corretto stabilire universalmente che una tecnologia sia sempre superiore a un’altra: la scelta dipende da struttura, supporto, acqua presente, geometria, dettagli e prestazioni richieste.
Personalmente, nelle strutture controterra valuto con particolare attenzione la capacità del sistema di mantenere continuità e di adattarsi ai dettagli della costruzione. In determinate configurazioni preferisco sistemi bentonitici rispetto a soluzioni bituminose, ma questa scelta deve derivare dal progetto e non trasformarsi a sua volta in una ricetta universale.
C’è inoltre un punto spesso dimenticato: un’impermeabilizzazione esterna riguarda l’acqua proveniente dal terreno, non elimina i fenomeni condensativi che possono svilupparsi all’interno.
Sono due problemi differenti.
Se acqua o umidità raggiungono comunque la struttura attraverso una discontinuità, bisogna inoltre considerare che la presenza di strati esterni poco permeabili può modificare le modalità di asciugatura del calcestruzzo. Non significa che la guaina sia “la causa” della corrosione, ma significa che il comportamento complessivo del sistema deve essere considerato e non soltanto la capacità della membrana di impedire l’ingresso dall’esterno.
Nidi di ghiaia e segregazioni: il difetto può essere dentro il getto
La quarta fotografia mostra una situazione completamente diversa. La struttura non presenta soltanto una fessura: la tessitura del calcestruzzo evidenzia una zona nella quale la distribuzione degli aggregati e della pasta cementizia non è uniforme.
Nidi di ghiaia e segregazioni possono derivare da modalità di getto, difficoltà di accesso, insufficiente compattazione, geometrie congestionate dalle armature o altre condizioni di cantiere.
Nella mia esperienza li incontro più frequentemente nelle costruzioni residenziali di dimensioni contenute e nelle zone difficili da raggiungere durante il getto. Nelle grandi opere eseguite da imprese altamente specializzate li osservo meno frequentemente, anche se naturalmente non possono essere esclusi.
Anche qui bisogna distinguere le cose.
Un difetto superficiale del calcestruzzo non significa automaticamente che la struttura abbia perso una quota significativa della propria capacità portante. Significa però che uniformità, durabilità e, quando richiesta, capacità di tenuta devono essere valutate.
Se una zona segregata attraversa una parte importante dello spessore, il problema cambia completamente rispetto a una semplice imperfezione estetica della superficie.
Ed è qui che endoscopia, verifiche strumentali e valutazione tecnica diventano molto più importanti dell’aspetto visivo.

Una fessura non è necessariamente un’infiltrazione
La seconda fotografia mostra una fessurazione associata a una manifestazione evidente d’acqua.
In un caso simile il rapporto sembra semplice. Ma non tutte le fessure che troviamo in un calcestruzzo trasportano acqua e non tutte quelle che la trasportano lo fanno continuamente.
Il calcestruzzo fessura per numerosi motivi: ritiro, variazioni termiche, deformazioni imposte, assestamenti, sollecitazioni e condizioni di maturazione. La presenza della fessura dimostra quindi innanzitutto la presenza della fessura, ma la correlazione con l’acqua deve essere verificata.
Una delle cose che considero molto utili è osservare ciò che si sviluppa attorno e all’interno della discontinuità. Microscopio, contaminazioni biologiche, depositi, prodotti di corrosione e altri elementi possono fornire informazioni sul fatto che quella zona sia stata interessata ripetutamente da acqua.
Anche in questo caso, però, l’indizio non deve diventare automaticamente una sentenza. Se vogliamo dimostrare che una determinata fessura attraversa lo spessore e comunica effettivamente con la sorgente esterna, possono essere necessarie ulteriori verifiche.

La resina idroreattiva non è il risanamento completo
Le resine idroreattive sono strumenti molto utili, ma vengono talvolta presentate come se l’iniezione costituisse da sola il risanamento, ma non è così.
Una resina può consentire di intercettare e sigillare un determinato percorso, ma il successivo comportamento della superficie, la pressione dell’acqua, il supporto circostante, la presenza di altre discontinuità e la durabilità del sistema devono essere considerati separatamente.
In molti interventi la sigillatura localizzata costituisce soltanto una parte di un ciclo più ampio, nel quale possono essere necessari materiali resistenti alla pressione idraulica, malte specifiche, ricostruzioni del supporto e altri accorgimenti progettati per quella struttura.
Non entrerò volutamente nelle modalità applicative, perché non esiste una sequenza universale che possa essere trasferita da un edificio all’altro.
Il punto importante è un altro: una resina non trasforma automaticamente una struttura difettosa in una struttura progettata correttamente per la tenuta all’acqua.
Chiudere una perdita può semplicemente far comparire quella successiva
Quando la struttura controterra presenta un unico difetto localizzato e tutto il resto del sistema è coerente, un intervento puntuale può essere perfettamente razionale.
Quando invece la parete contiene più discontinuità e l’acqua agisce sotto pressione, chiudere il punto nel quale la vediamo uscire non significa necessariamente aver eliminato il percorso.
L’acqua può trovare un’altra zona vulnerabile. Questa è la ragione per cui considero pericoloso progettare il risanamento partendo esclusivamente dalla manifestazione interna. Il punto bagnato è l’uscita. La diagnosi deve stabilire se sia anche il problema.
Nell’articolo sulla pressione idrostatica nel seminterrato ho già approfondito il motivo per cui la struttura controterra debba essere letta come un sistema. Qui il concetto diventa ancora più preciso: prima di sigillare una discontinuità bisogna sapere se stiamo correggendo la vulnerabilità oppure soltanto l’ultimo punto nel quale l’acqua è riuscita a manifestarsi.
Quando non possiamo vedere tutto, monitorare può essere più intelligente che demolire
Esiste poi una condizione che ritengo molto importante e che raramente viene considerata nella progettazione. Non sempre una vulnerabilità deve essere immediatamente demolita, perforata, iniettata o impermeabilizzata.
Può capitare che una parete verticale sia completamente ispezionabile e che quindi un eventuale cambiamento futuro possa essere facilmente individuato. In altri casi, invece, una soletta o il raccordo con le pareti vengono successivamente nascosti da contropareti, pavimenti o finiture. Per verificare tutto dovremmo demolire parti significative dell’edificio, ma non è per niente ragionevole.
Questo diventa ancora più evidente negli immobili storici e vincolati, dove un pavimento esistente può avere un valore che rende sproporzionata una demolizione preventiva soltanto per sapere se, in futuro, potrebbe comparire acqua.
In queste condizioni trovo molto interessante predisporre punti ispezionabili….
Una piccola nicchia tecnica, raggiungibile attraverso una comune scatola ispezionabile e collegata alla quota che vogliamo controllare, può permettere di osservare direttamente ciò che accade. All’interno possono essere collocati anche sensori di umidità sostituibili e collegati a sistemi di segnalazione remota.
Non si tratta di trasformare la casa in una centrale meteorologica…..
Significa semplicemente ammettere che esistono fenomeni nei quali il monitoraggio nel tempo produce più informazioni di una demolizione eseguita soltanto per cercare qualcosa che, al momento, non sta accadendo. Ed è anche possibile predisporre più quote di controllo quando interessa comprendere l’entità o l’evoluzione del fenomeno.
Non tutto deve essere necessariamente chiuso oggi. Alcune cose devono prima essere messe nelle condizioni di poter essere osservate domani.
Il calcestruzzo va toccato il meno possibile, ma studiato il più possibile
Il concetto che utilizzo nel mio lavoro è piuttosto semplice: quando abbiamo una struttura in calcestruzzo armato, qualsiasi intervento deve rispettarne prima di tutto l’integrità. Questo non significa lasciare in pace qualsiasi difetto. Significa evitare di trasformare il risanamento in una sequenza di fori, iniezioni e demolizioni eseguite senza conoscere ciò che si trova nello spessore.
Una fessura deve essere interpretata. Una ripresa deve essere studiata. Un nido di ghiaia deve essere valutato per estensione e profondità. Un tiracassero deve essere verificato. Un giunto deve essere riconosciuto per la funzione che avrebbe dovuto svolgere.
Solo dopo si decide se intervenire. Questa è probabilmente la differenza più importante fra la ricerca della perdita e la diagnosi della patologia; nel primo caso cerchiamo dove esce l’acqua e nel secondo cerchiamo di capire perché la struttura le abbia permesso di entrare.
Domande frequenti
Una ripresa di getto è sempre un punto debole?
No. Una ripresa correttamente progettata e realizzata può far parte normalmente della costruzione. Diventa critica quando preparazione, dettaglio di tenuta, compattazione o continuità non sono adeguati alle prestazioni richieste.
Una vasca bianca è semplicemente una struttura in calcestruzzo impermeabile?
No. È un sistema progettato nel quale calcestruzzo, controllo delle fessure, giunti, riprese, attraversamenti, geometria e sequenza costruttiva concorrono alla prestazione di tenuta.
Una fessura nel calcestruzzo significa che entra acqua?
Non necessariamente. La fessura può avere diverse origini e non essere comunicante attraverso l’intero spessore. Il suo eventuale ruolo nell’infiltrazione deve essere verificato.
La resina idroreattiva risolve definitivamente una perdita?
Può essere molto efficace per determinati percorsi d’acqua, ma non costituisce automaticamente l’intero risanamento. Bisogna valutare pressione, supporto, altre discontinuità e sistema complessivo.
Si può forare una fessura per iniettare la resina?
Le iniezioni nel calcestruzzo sono tecniche utilizzate normalmente, ma i fori devono essere progettati tenendo conto della struttura e delle armature. Perforare indiscriminatamente proprio una zona già vulnerabile può creare ulteriori criticità.
I nidi di ghiaia sono sempre un problema strutturale?
No. Il loro significato dipende da posizione, estensione e profondità. Possono però compromettere uniformità, durabilità e tenuta all’acqua e devono quindi essere valutati.
Se chiudo il punto dal quale esce l’acqua ho risolto l’infiltrazione?
Non necessariamente. Se esistono altri percorsi o l’acqua agisce in pressione, la manifestazione può spostarsi verso un’altra discontinuità.
È sempre necessario demolire per verificare una possibile infiltrazione nascosta?
No. In alcuni casi è più proporzionato predisporre punti di ispezione e sistemi di monitoraggio, soprattutto quando non esiste un fenomeno attivo oppure quando la demolizione sarebbe particolarmente invasiva.
Fonti tecniche scientifiche
Commissione Europea / Joint Research Centre – Eurocode 2, EN 1992, progettazione delle strutture in calcestruzzo, con particolare riferimento alle strutture destinate al contenimento di liquidi.
EN 1992-3 – Eurocode 2: Liquid retaining and containment structures.
EN 13670 – Execution of concrete structures.
American Concrete Institute – ACI 350, Code Requirements for Environmental Engineering Concrete Structures.
American Concrete Institute – documentazione tecnica sui giunti e sulla durabilità delle strutture in calcestruzzo.
The Concrete Centre / Basement Information Centre – documentazione sulle strutture in calcestruzzo a tenuta d’acqua e sui sistemi Type B per opere controterra.




