informazioni gratuite

Rimedi per l’umidità di risalita: quali esistono davvero e come scegliere quello corretto?

Ho personalmente analizzato e testato i principali rimedi per l’umidità di risalita, verificandone efficacia, limiti e reali condizioni di utilizzo

Prima di scegliere un rimedio bisogna individuare la causa dell’umidità

Quando si parla di rimedi per l’umidità di risalita si commette spesso un errore molto comune: cercare la soluzione prima ancora di aver compreso la causa reale del problema.

Nel settore edilizio esistono numerosi sistemi proposti per contrastare l’umidità presente nelle murature, ma nessuno può essere considerato universalmente valido. Ogni tecnologia presenta specifici campi applicativi, limiti fisici e condizioni di compatibilità che devono essere valutati caso per caso.

Occorre inoltre chiarire un aspetto fondamentale: molti degradi attribuiti genericamente all’umidità di risalita non sono affatto dovuti a una reale risalita dell’acqua nella muratura. Infiltrazioni laterali, apporti d’acqua dal terreno, perdite impiantistiche, fenomeni condensativi, presenza di sali igroscopici e caratteristiche costruttive dell’edificio possono produrre manifestazioni apparentemente simili, pur avendo origini completamente differenti.

Per questo motivo la scelta del rimedio non dovrebbe mai precedere la diagnosi. Prima di scegliere una tecnologia occorre stabilire da dove proviene l’acqua, attraverso quale meccanismo raggiunge la muratura e quali materiali e condizioni costruttive stanno partecipando al fenomeno.

Solo dopo questa verifica ha senso confrontare i diversi rimedi per l’umidità di risalita e stabilire quale tecnologia possa essere realmente utile, quale abbia un campo applicativo limitato e quale, in quello specifico edificio, non abbia alcuna possibilità di intervenire sulla causa del problema.

Perché non esiste un rimedio universale contro l’umidità di risalita

Un sistema può produrre un risultato apprezzabile in un edificio e risultare poco efficace, inutile o addirittura incompatibile con le condizioni presenti in un altro. Non è una contraddizione: significa semplicemente che il comportamento dell’acqua nelle costruzioni dipende da molte più variabili rispetto alla sola presenza di una muratura umida.

Materiali, spessori e stratigrafie delle murature, rapporto con il terreno, quote interne ed esterne, presenza di porzioni controterra, impermeabilizzazioni, pavimentazioni, sali, esposizione e condizioni ambientali possono modificare profondamente il fenomeno. Anche due edifici apparentemente simili possono quindi richiedere interventi completamente differenti.

Lo stesso principio vale per le tecnologie. Una barriera chimica, un sistema elettrosmotico, un intonaco macroporoso, un intervento di impermeabilizzazione o un drenaggio non svolgono la stessa funzione e non agiscono sullo stesso meccanismo. Valutarli semplicemente come rimedi alternativi allo stesso problema porta facilmente a scegliere una tecnologia sulla base del sintomo anziché della causa.

Per questo non considero corretto classificare un rimedio come “migliore” in senso assoluto. È più utile stabilire quale fenomeno può contrastare, quali fenomeni non può risolvere e quali condizioni devono essere presenti perché possa essere applicato correttamente.

L’efficacia di un intervento deve quindi essere valutata all’interno del sistema edificio-terreno e sulla base della diagnosi eseguita prima dei lavori. È questa compatibilità, più del nome commerciale o della tecnologia utilizzata, a determinare la probabilità di ottenere un risultato duraturo.

I rimedi per l’umidità di risalita non sono tutti uguali

I sistemi oggi proposti per contrastare l’umidità nelle murature non svolgono tutti la stessa funzione. Alcuni cercano di limitare o interrompere l’apporto d’acqua alla muratura; altri intervengono sui meccanismi che ne determinano il movimento; altri ancora non agiscono direttamente sull’origine dell’umidità, ma servono principalmente a gestirne gli effetti sui materiali e sulle finiture.

Questa distinzione è fondamentale, perché tecnologie molto diverse vengono spesso presentate al proprietario dell’edificio come alternative per risolvere genericamente lo stesso problema: il “muro umido”. In realtà possono intervenire su fenomeni completamente differenti.

Una barriera chimica, un sistema elettrosmotico, un taglio meccanico della muratura, un intonaco deumidificante, una trincea drenante o un vespaio aerato non sono quindi soluzioni intercambiabili. Ognuno modifica una determinata condizione dell’edificio e può essere utile soltanto quando quella condizione partecipa realmente alla patologia rilevata.

Lo stesso vale per gli interventi che agiscono prevalentemente sulle conseguenze. Un intonaco macroporoso, per esempio, può modificare il comportamento della superficie e la gestione dell’evaporazione e dei sali, ma non può essere considerato automaticamente un sistema capace di eliminare l’apporto d’acqua alla muratura.

Per questo motivo non utilizzo una graduatoria assoluta dei rimedi dal migliore al peggiore. La valutazione deve riguardare invece il principio di funzionamento, il fenomeno sul quale il sistema può realmente intervenire, i suoi limiti e le condizioni necessarie perché possa produrre un risultato.

Può quindi accadere che una tecnologia perfettamente funzionante venga installata correttamente e non risolva comunque il problema. In questi casi il fallimento non dimostra necessariamente che il prodotto sia inefficace: può semplicemente essere stato utilizzato per contrastare un fenomeno diverso da quello realmente presente nell’edificio.

Barriera chimica

La barriera chimica consiste nell’introduzione nella muratura di specifici composti idrofobizzanti, generalmente mediante iniezione o diffusione, con l’obiettivo di ridurre l’assorbimento e il trasferimento capillare dell’acqua attraverso la zona trattata.

Il principio di funzionamento è tecnicamente valido e questa tecnologia può trovare applicazione in determinate condizioni. Questo però non significa che una barriera chimica possa risolvere qualsiasi manifestazione di umidità presente nella parte inferiore di una muratura.

La sua efficacia dipende innanzitutto dalla struttura sulla quale viene applicata. Porosità e assorbimento dei materiali, continuità della muratura, presenza di vuoti, cavità o murature a sacco, spessore, grado di saturazione e possibilità di ottenere una distribuzione sufficientemente continua del prodotto possono modificare in maniera sostanziale il risultato.

rimedi per l'umidità di risalita
Esecuzione di una barriera chimica mediante iniezione nella muratura. L’efficacia dell’intervento dipende dalla continuità del trattamento, dalle caratteristiche del supporto e dalla reale provenienza dell’acqua.

Un altro elemento fondamentale è la provenienza dell’acqua. La barriera viene realizzata lungo una determinata quota della muratura: può quindi avere una funzione nei confronti di determinati trasferimenti capillari attraverso quella sezione, ma non costituisce un’impermeabilizzazione dell’intera parete.

Se l’acqua raggiunge la muratura lateralmente, se esiste una porzione controterra, se sono presenti infiltrazioni localizzate o altri apporti idrici che aggirano la quota trattata, la barriera chimica non elimina quei percorsi.

Anche la presenza di sali deve essere valutata separatamente. Ridurre un apporto d’acqua non significa automaticamente eliminare i sali già accumulati nei materiali, che possono continuare a produrre efflorescenze, subefflorescenze, igroscopicità e degrado delle finiture anche durante e dopo la fase di asciugatura.

Per questo considero la barriera chimica una tecnologia con un preciso campo applicativo e non un rimedio universale all’umidità dei muri. Prima di prescriverla è necessario verificare che il meccanismo sul quale può intervenire sia realmente presente e sufficientemente rilevante nel fenomeno osservato.

Quando invece l’acqua arriva lateralmente dal terreno, il problema deve essere affrontato considerando quel percorso: in determinate condizioni può quindi essere necessario valutare sistemi di impermeabilizzazione controterra o altri interventi specificamente progettati per contrastare l’apporto laterale.

Sistemi elettrosmotici attivi

L’elettrosmosi attiva utilizza un campo elettrico applicato alla muratura con l’obiettivo di influenzare il movimento dell’acqua contenuta nel sistema poroso. A differenza delle cosiddette centraline elettrofisiche o elettromagnetiche, che analizzeremo successivamente, si tratta di un sistema nel quale viene effettivamente applicata una differenza di potenziale mediante un circuito e degli elettrodi.

Il principio dell’elettrosmosi è conosciuto e trova applicazione anche in altri ambiti tecnici. La questione, negli edifici, non è quindi stabilire genericamente se il fenomeno fisico esista, ma verificare se nelle condizioni specifiche della muratura sia possibile produrre un effetto sufficientemente significativo sul movimento dell’acqua.

Il risultato dipende infatti da numerose variabili: caratteristiche e continuità dei materiali, contenuto d’acqua, conducibilità elettrica, presenza e concentrazione dei sali, geometria della muratura, disposizione degli elettrodi e condizioni al contorno.

Anche in questo caso è fondamentale stabilire quale sia l’origine dell’acqua. Un sistema elettrosmotico non è un’impermeabilizzazione e non può impedire fisicamente a un’infiltrazione laterale, a una perdita impiantistica o a un altro apporto d’acqua di raggiungere la muratura.

Per questo l’elettrosmosi attiva può essere presa in considerazione soltanto in specifiche condizioni e dopo avere verificato che il fenomeno presente nell’edificio sia compatibile con il suo principio di funzionamento. Non deve essere interpretata come una soluzione universale applicabile a qualsiasi parete umida.

Centraline elettrofisiche ed elettromagnetiche

Le cosiddette centraline elettrofisiche, elettromagnetiche o dispositivi similari vengono proposte con differenti principi dichiarati di funzionamento. A seconda del sistema, si parla di emissione di impulsi, campi elettromagnetici, interazione con il potenziale elettrico della muratura o altri meccanismi attraverso i quali dovrebbe essere modificato il comportamento dell’acqua contenuta nei materiali.

Questi dispositivi non devono essere confusi con l’elettrosmosi attiva descritta nel capitolo precedente. Nell’elettrosmosi attiva viene applicata una differenza di potenziale alla muratura attraverso un circuito e degli elettrodi; nelle centraline che operano senza questo tipo di collegamento il principio dichiarato e le modalità di interazione con la muratura sono differenti.

La valutazione, quindi, non dovrebbe basarsi semplicemente sull’osservazione che la parete appaia più asciutta dopo un determinato periodo. Per stabilire se il dispositivo stia realmente producendo l’effetto dichiarato occorrerebbe verificare strumentalmente quale grandezza fisica viene modificata, se tale modificazione è effettivamente rilevabile nella muratura e se esiste una relazione con la variazione del contenuto d’acqua misurato nel tempo.

Questo aspetto è particolarmente importante perché l’umidità di una muratura può variare anche indipendentemente dal dispositivo installato. Temperatura, evaporazione, stagionalità, precipitazioni, ventilazione, modifiche nell’utilizzo dell’edificio e variazioni degli apporti d’acqua possono modificare nel tempo le condizioni rilevate.

Esempio di dispositivo Aquapol, appartenente alla famiglia dei “sistemi proposti” (evito commenti…) per modificare il comportamento dell’acqua nelle murature senza collegamenti elettrici diretti alla parete. La sua applicabilità deve essere valutata rispetto al fenomeno realmente presente nell’edificio.

Per questo motivo considero indispensabile distinguere fra il riscontro di un’asciugatura della muratura e la dimostrazione che tale asciugatura sia stata provocata dal dispositivo. Sono due affermazioni tecnicamente differenti.

Inoltre, anche qualora un determinato dispositivo fosse in grado di influenzare uno specifico meccanismo di trasferimento dell’acqua, rimarrebbe necessario verificare preventivamente che quel meccanismo sia realmente quello responsabile dell’umidità presente nell’edificio. Una centralina non può essere considerata automaticamente una soluzione per infiltrazioni laterali, perdite impiantistiche, condensa o altri apporti idrici aventi origine differente.

Per questo le centraline presenti sul mercato non dovrebbero essere valutate tutte indistintamente né sulla base della sola denominazione commerciale. È necessario esaminare il principio dichiarato dal singolo sistema, le grandezze fisiche coinvolte e soprattutto verificare sperimentalmente, nel caso concreto, se l’effetto dichiarato sia effettivamente misurabile.

Taglio meccanico e sbarramenti fisici

Il taglio meccanico della muratura è un intervento che mira a realizzare una discontinuità fisica lungo una determinata sezione della parete, inserendo una barriera impermeabile capace di interrompere il trasferimento capillare dell’acqua attraverso quella zona.

A differenza di altri sistemi, il principio è quindi relativamente semplice: non si cerca di modificare il comportamento dell’acqua all’interno dei pori, ma di creare uno sbarramento fisico continuo lungo il percorso che si intende interrompere.

Questo rende il principio tecnicamente comprensibile, ma non significa che l’intervento possa essere eseguito indistintamente su qualsiasi edificio. Tagliare una muratura significa infatti intervenire direttamente sulla sua continuità e richiede quindi una preventiva valutazione delle caratteristiche strutturali, della geometria, dei materiali e delle modalità costruttive.

rimedi per l'umidità di risalita
Esecuzione di un taglio meccanico nella muratura per l’inserimento di uno sbarramento fisico. È un intervento invasivo che richiede una preventiva valutazione della struttura, delle caratteristiche della muratura e della compatibilità dell’edificio con questa tecnica.

Particolare attenzione deve essere posta nelle murature storiche, nelle murature a più paramenti, nelle strutture irregolari o caratterizzate da scarsa omogeneità, dove un intervento invasivo di questo tipo può presentare criticità esecutive e strutturali che devono essere valutate da professionisti competenti.

Esiste inoltre lo stesso limite concettuale già incontrato per altri rimedi: lo sbarramento agisce soltanto sul percorso che intercetta. Se l’acqua raggiunge la muratura lateralmente, aggira la quota dello sbarramento oppure proviene da una sorgente differente, la presenza della barriera non elimina automaticamente il problema.

Il taglio meccanico deve quindi essere considerato un intervento fisico molto specifico e fortemente invasivo, la cui applicabilità dipende sia dalla diagnosi dell’umidità sia dalla possibilità di intervenire in sicurezza sulla muratura interessata.

Metodo Massari e sbarramenti strutturali localizzati

Il metodo Massari prevede la realizzazione di uno sbarramento fisico all’interno della muratura attraverso interventi eseguiti progressivamente su porzioni limitate, con l’obiettivo di ottenere una discontinuità capace di ostacolare il trasferimento dell’acqua attraverso la sezione interessata.

Rispetto a un taglio continuo della muratura, l’intervento viene quindi realizzato mediante lavorazioni localizzate e successive. Questo consente di affrontare lo sbarramento con una modalità esecutiva differente, ma non elimina la necessità di valutare preventivamente le caratteristiche costruttive e strutturali dell’edificio.

rimedi per l'umidità di risalita

I rimedi per l’umidità di risalita: Ordine di foratura per una corretta esecuzione sulle murature, prima si procederà ad effettuare le forature numerate con 1, poi una volta asciugata la malta si potranno eseguire i successivi fori, 2 , in modo da realizzare una barriera a tutti gli effetti portante ed impermeabile.

Il principio rimane quello di uno sbarramento fisico: affinché possa produrre l’effetto previsto è necessario che la barriera realizzata sia sufficientemente continua e che intercetti effettivamente il percorso dell’acqua che si vuole contrastare.

Anche in questo caso è quindi determinante la diagnosi preliminare. Se l’apporto idrico interessa la muratura lateralmente, proviene da quote differenti oppure può aggirare lo sbarramento realizzato, l’intervento non può essere considerato automaticamente risolutivo dell’intera patologia.

Si tratta inoltre di una lavorazione specialistica e invasiva, per la quale devono essere considerate la tipologia della muratura, la sua geometria, la continuità dei materiali e soprattutto le implicazioni strutturali dell’intervento. La progettazione e l’esecuzione richiedono quindi competenze specifiche e una valutazione preventiva della compatibilità con il fabbricato.

Rappresentazione del Metodo Massari: la muratura viene interessata da lavorazioni successive che consentono di realizzare uno sbarramento fisico impermeabile continuo. La tecnica richiede una valutazione preventiva della muratura e della compatibilità strutturale dell’intervento.

Intonaci deumidificanti e antisale

Gli intonaci deumidificanti e i sistemi antisale vengono frequentemente utilizzati negli interventi su murature interessate da umidità e contaminazione salina. È però fondamentale comprenderne correttamente la funzione: non costituiscono, da soli, un sistema capace di impedire all’acqua di raggiungere la muratura.

Il loro compito riguarda principalmente la gestione delle conseguenze che acqua e sali producono sugli strati superficiali. A seconda del ciclo utilizzato, possono favorire l’evaporazione, modificare la distribuzione dell’umidità all’interno dell’intonaco e ridurre gli effetti delle cristallizzazioni saline sulle finiture.

La presenza dei sali è particolarmente importante. Nitrati, solfati, cloruri e altri composti solubili possono essere trasportati dall’acqua all’interno dei materiali e concentrarsi nelle zone interessate dall’evaporazione. Le successive fasi di cristallizzazione e ricristallizzazione possono produrre pressioni nei pori, efflorescenze, subefflorescenze, distacchi e progressivo degrado degli intonaci.

Alcuni sali presentano inoltre un comportamento igroscopico e possono assorbire umidità dall’ambiente. Una parete può quindi continuare a manifestare elevata umidità superficiale o degrado anche quando l’apporto originario d’acqua è stato significativamente ridotto. Per questo asciugatura della muratura e bonifica dei sali sono due problemi collegati, ma non coincidenti.

La scelta dell’intonaco deve quindi essere preceduta dalla valutazione dello stato della muratura e della contaminazione salina. In determinate condizioni può essere necessario rimuovere gli strati contaminati, favorire l’asciugatura, eseguire trattamenti specifici di riduzione dei sali e soltanto successivamente ricostruire un ciclo di intonaco compatibile con il supporto.

Anche il miglior intonaco deumidificante ha comunque un limite: se continua ad arrivare una quantità d’acqua superiore a quella che il sistema riesce a gestire attraverso evaporazione e trasferimento del vapore, il problema non viene eliminato. L’intonaco può rallentare o modificare le manifestazioni superficiali, ma non può sostituire l’intervento sulla causa quando l’apporto d’acqua deve essere eliminato o ridotto.

Intonaci macroporosi

Gli intonaci macroporosi sono caratterizzati da una struttura interna con una porosità elevata e distribuita, progettata per favorire gli scambi di vapore e offrire all’interno dell’intonaco un volume disponibile maggiore rispetto a quello di un intonaco tradizionale.

Questa caratteristica è particolarmente utile nelle murature interessate dalla presenza contemporanea di acqua e sali. Durante l’evaporazione, infatti, i sali disciolti possono concentrarsi e cristallizzare. Una struttura adeguatamente porosa permette di gestire meglio queste cristallizzazioni all’interno dell’intonaco, riducendo per un certo periodo la probabilità che le pressioni generate provochino rapidamente distacchi e degrado superficiale.

È però importante non interpretare la macroporosità come una capacità di “aspirare” l’acqua dalla muratura o di eliminarne la provenienza. L’intonaco macroporoso non interrompe il percorso attraverso il quale l’acqua raggiunge il muro.

La sua durata dipende quindi dalle condizioni nelle quali viene utilizzato. Quantità d’acqua disponibile, concentrazione e tipologia dei sali, caratteristiche della muratura, evaporazione possibile verso l’ambiente e preparazione del supporto possono determinare comportamenti e durate molto differenti.

Questo spiega perché lo stesso prodotto possa mantenersi in buone condizioni per molti anni in un edificio e degradarsi molto più rapidamente in un altro. Non è sufficiente conoscere il nome dell’intonaco: occorre conoscere il carico di acqua e sali che gli stiamo chiedendo di gestire.

Quando l’apporto d’acqua viene eliminato o sufficientemente ridotto e la muratura viene correttamente preparata, un intonaco macroporoso può costituire una parte molto efficace del ciclo di risanamento. Quando invece l’acqua continua ad alimentare intensamente la parete, anche la capacità del sistema di gestirne gli effetti è destinata ad avere un limite.

Per questo motivo considero l’intonaco macroporoso un componente del progetto di risanamento e non, da solo, il rimedio alla causa dell’umidità.

Trincee drenanti e drenaggi perimetrali

Le trincee drenanti vengono utilizzate per intercettare e allontanare l’acqua presente nel terreno in prossimità dell’edificio. Possono essere molto efficaci quando la diagnosi dimostra che una parte significativa dell’apporto idrico alla costruzione è legata alla conformazione del terreno, alle pendenze, al deflusso delle acque meteoriche o alla presenza di acqua che tende ad accumularsi contro le strutture.

Il loro principio non consiste quindi nell’asciugare direttamente la muratura, ma nel modificare le condizioni idriche del terreno circostante, riducendo la quantità o la pressione dell’acqua che può raggiungere determinate porzioni dell’edificio.

Per questo motivo una trincea drenante non deve essere considerata automaticamente un rimedio all’umidità di risalita. Se il fenomeno che alimenta la muratura non dipende dall’acqua che il drenaggio è in grado di intercettare, realizzarlo può produrre risultati modesti o addirittura nessun risultato apprezzabile.

Prima della progettazione è quindi importante comprendere la morfologia del terreno e il rapporto tra edificio e territorio: quote, pendenze, direzione dei deflussi, caratteristiche del terreno, profondità delle fondazioni, presenza di porzioni controterra e possibilità di convogliare correttamente l’acqua raccolta.

Anche lo scarico del drenaggio è determinante. Intercettare l’acqua senza poterla allontanare correttamente non risolve il problema e può, in determinate condizioni, creare nuovi accumuli in prossimità dell’edificio.

È inoltre necessario distinguere chiaramente drenaggio e impermeabilizzazione. Il drenaggio ha il compito di intercettare e ridurre l’acqua disponibile nel terreno; l’impermeabilizzazione crea invece una protezione destinata a impedire o limitare il passaggio dell’acqua attraverso una determinata struttura. Le due tecniche possono essere complementari, ma non svolgono la stessa funzione.

Quando la diagnosi individua un apporto significativo proveniente dal terreno circostante, una trincea drenante correttamente progettata può quindi rappresentare un intervento estremamente utile. Se invece viene realizzata semplicemente perché il muro è umido, senza conoscere il percorso dell’acqua, si torna allo stesso errore che accomuna molti interventi inefficaci: scegliere il rimedio prima di avere individuato la causa.

Schema di una trincea drenante perimetrale. Il sistema intercetta l’acqua presente nel terreno e ne favorisce l’allontanamento dalla muratura attraverso uno strato drenante e un corretto recapito. Il drenaggio non deve essere confuso con un’impermeabilizzazione della parete.

Vespai aerati

Il vespaio aerato crea un’intercapedine tra il terreno e il piano di calpestio dell’edificio, consentendo la circolazione dell’aria al di sotto della struttura. È una soluzione molto utilizzata negli interventi di ristrutturazione, ma la sua presenza non significa automaticamente avere eliminato l’umidità dalle murature.

La ventilazione dell’intercapedine può favorire l’evacuazione del vapore e contribuire a modificare le condizioni igrometriche presenti sotto il fabbricato. Il risultato dipende però dalla geometria del vespaio, dalle aperture di ingresso e uscita dell’aria, dalle differenze di quota e pressione, dall’esposizione dell’edificio e soprattutto dalla possibilità di ottenere una ventilazione realmente efficace.

Un aspetto particolarmente importante riguarda il rapporto tra vespaio e murature. Creare un’intercapedine ventilata sotto il pavimento non significa interrompere automaticamente il contatto delle murature con il terreno né impedire all’acqua di raggiungerle. Fondazioni, murature perimetrali e divisori interni possono continuare a essere interessati da apporti idrici provenienti dal terreno o da altre sorgenti.

rimedi all'umidità di risalita
Degrado dell’intonaco in una muratura adiacente a un vespaio aerato. In questo caso la presenza del vespaio non ha impedito il deterioramento della parete, la cui causa è stata ricondotta a fenomeni di condensazione e non a umidità di risalita. Un degrado nella parte bassa della muratura non identifica quindi, da solo, la provenienza dell’acqua.

Occorre inoltre valutare come l’aria attraversa realmente l’intercapedine. La semplice presenza di bocchette non garantisce che tutta la superficie sottostante sia correttamente ventilata: geometrie sfavorevoli, ostacoli, percorsi preferenziali dell’aria o aperture insufficienti possono lasciare zone con ricambio molto ridotto.

Anche le condizioni esterne devono essere considerate. Temperatura, umidità relativa e caratteristiche dell’aria introdotta nel vespaio cambiano durante l’anno; ventilare significa quindi mettere in comunicazione l’intercapedine con condizioni ambientali variabili, che devono essere considerate nel progetto.

Per questo il vespaio aerato deve essere progettato in funzione dell’edificio e del fenomeno che si vuole controllare, non semplicemente inserito perché sono presenti pavimenti o murature umide.

In alcuni casi può rappresentare una componente molto utile dell’intervento complessivo; in altri può non modificare in maniera significativa l’apporto d’acqua alle murature. Ancora una volta, è la diagnosi a stabilire quale funzione debba svolgere il sistema e se quella funzione sia realmente necessaria.

Impermeabilizzazioni controterra

Quando una muratura è direttamente o parzialmente a contatto con il terreno, l’acqua può raggiungerla lateralmente e non soltanto attraverso fenomeni di trasferimento dal basso. In queste condizioni è fondamentale distinguere l’umidità proveniente dal terreno attraverso le superfici controterra da quella attribuibile a una reale risalita capillare.

L’impermeabilizzazione controterra ha una funzione precisa: impedire o limitare l’ingresso dell’acqua attraverso la superficie della struttura interessata. A differenza di sistemi che cercano di gestire l’acqua dopo il suo ingresso nella muratura, una corretta impermeabilizzazione interviene direttamente sul percorso attraverso il quale l’acqua raggiunge l’edificio.

Quando è possibile intervenire dall’esterno, la protezione realizzata sul lato di provenienza dell’acqua rappresenta generalmente la condizione più favorevole, perché permette di contrastare l’ingresso prima che l’acqua attraversi la struttura. La soluzione deve però essere continua e progettata considerando fondazioni, raccordi, discontinuità, attraversamenti impiantistici, quote del terreno e punti nei quali l’acqua potrebbe aggirare la protezione.

Esecuzione di un sistema di impermeabilizzazione controterra. La malta ad alte prestazioni viene applicata con armatura di rinforzo per garantire continuità e resistenza alle sollecitazioni, comprese quelle dovute alla pressione dell’acqua. La scelta del ciclo deve inoltre considerare le caratteristiche chimiche dell’acqua e del terreno.

Non sempre, tuttavia, è possibile raggiungere la superficie esterna della muratura. Edifici confinanti, centri storici, pavimentazioni, profondità elevate o altre condizioni costruttive possono rendere impraticabile uno scavo esterno. In questi casi possono essere valutati interventi dall’interno, ma è necessario comprenderne correttamente il funzionamento e soprattutto le sollecitazioni alle quali saranno sottoposti.

Un’impermeabilizzazione interna può impedire all’acqua di raggiungere la superficie del locale, ma non impedisce necessariamente che la muratura retrostante rimanga a contatto con l’acqua. Materiali, pressioni, continuità del sistema e raccordi con pavimentazioni e pareti adiacenti diventano quindi determinanti per la durata dell’intervento.

Anche in questo caso non è sufficiente osservare una parete bagnata e decidere di impermeabilizzarla. Prima occorre ricostruire il percorso dell’acqua: quota di ingresso, distribuzione dell’umidità, rapporto con il terreno, eventuale pressione idrostatica, precipitazioni, pendenze e possibili discontinuità costruttive.

Quando la diagnosi dimostra che l’acqua entra direttamente attraverso una struttura controterra, intervenire sul punto d’ingresso può essere molto più razionale che tentare di modificare successivamente il comportamento dell’acqua già presente nella muratura.

Per questo l’impermeabilizzazione non deve essere considerata genericamente “il rimedio migliore”, ma può rappresentare uno degli interventi più diretti quando il fenomeno diagnosticato consiste effettivamente in un ingresso d’acqua attraverso la superficie interessata.

Come scegliere il rimedio corretto

Dopo aver esaminato tecnologie così differenti dovrebbe risultare evidente perché non considero corretto scegliere un rimedio partendo semplicemente dalla presenza di umidità nella parte inferiore di una parete.

La prima domanda non è “quale sistema funziona meglio?”, ma “da dove arriva l’acqua e attraverso quale percorso raggiunge questa muratura?”.

Per rispondere occorre mettere insieme più informazioni. La distribuzione dell’umidità deve essere confrontata con materiali e stratigrafie, quote interne ed esterne, porzioni controterra, pavimentazioni, stato delle impermeabilizzazioni, presenza e tipologia dei sali, esposizione dell’edificio, andamento del terreno ed eventuali altre sorgenti d’acqua.

Le misurazioni strumentali servono a verificare e quantificare ciò che viene osservato, ma anche il dato strumentale deve essere interpretato all’interno del comportamento complessivo dell’edificio. Un valore elevato rilevato su una parete dimostra una determinata condizione del materiale nel punto esaminato, ma non identifica automaticamente la provenienza dell’acqua.

Una volta ricostruito il fenomeno, la scelta della tecnologia diventa molto più razionale. Se esiste un ingresso laterale attraverso una struttura controterra, dovremo valutare interventi capaci di contrastare quel percorso. Se il problema riguarda un trasferimento capillare attraverso una determinata sezione della muratura, potranno essere considerate tecnologie compatibili con quel meccanismo. Se invece la criticità principale riguarda sali e degrado degli intonaci, dovremo progettare anche la gestione della contaminazione e delle finiture.

In molti casi la soluzione corretta non coincide con un unico prodotto. Può essere necessario combinare più interventi perché nell’edificio sono contemporaneamente presenti più fenomeni: ridurre un apporto d’acqua, correggere un punto d’ingresso, favorire l’asciugatura, gestire i sali e successivamente ricostruire intonaci compatibili.

Per questo motivo una diagnosi efficace non dovrebbe concludersi semplicemente con il nome di una tecnologia. Deve tradursi in un progetto di risanamento capace di stabilire quale fenomeno deve essere corretto, quale risultato ci aspettiamo dall’intervento e come potremo verificare successivamente che quel risultato sia stato realmente ottenuto.

È questa sequenza — diagnosi, scelta dell’intervento e verifica del risultato — che permette di ridurre il rischio di eseguire lavori tecnicamente corretti ma applicati al problema sbagliato.

Conclusioni

Non esiste un unico rimedio per l’umidità di risalita adatto a qualsiasi edificio, perché dietro manifestazioni apparentemente simili possono trovarsi fenomeni e percorsi dell’acqua profondamente differenti.

Barriere chimiche, elettrosmosi attiva, centraline elettrofisiche, sbarramenti fisici, intonaci deumidificanti e macroporosi, trincee drenanti, vespai aerati e impermeabilizzazioni non sono semplicemente prodotti alternativi tra i quali scegliere quello considerato più efficace. Sono tecnologie che svolgono funzioni differenti e presentano campi applicativi e limiti differenti.

Per questo motivo anche l’esperienza positiva ottenuta con una determinata soluzione in un edificio non dimostra che la stessa tecnologia produrrà il medesimo risultato in un altro. Allo stesso modo, un intervento che non ha risolto il problema non dimostra necessariamente che quella tecnologia sia sempre inefficace: può essere stata applicata a una causa che non era in grado di contrastare.

La domanda più utile non è quindi “qual è il miglior rimedio contro l’umidità di risalita?”, ma “quale fenomeno devo correggere in questo edificio e quale tecnologia è realmente in grado di intervenire su quel fenomeno?”

Una volta individuata la causa, è possibile progettare l’intervento, stabilire quali risultati attendersi e definire come verificarli nel tempo. In alcuni casi sarà sufficiente una singola soluzione; in altri sarà necessario combinare più interventi perché acqua, sali, materiali, terreno e condizioni costruttive interagiscono tra loro.

Il principio rimane quindi quello che considero fondamentale in qualsiasi intervento sulle patologie da umidità: prima si comprende il fenomeno, poi si sceglie la tecnologia e infine se ne verifica il risultato.

Preventivo consulenza diagnostica dell’umidità

Domande più frequenti

Qual è il rimedio più efficace contro l’umidità di risalita?

Non esiste un rimedio universalmente più efficace. La soluzione dipende dalla provenienza dell’acqua, dal meccanismo attraverso il quale raggiunge la muratura, dai materiali, dalla presenza di sali e dalle caratteristiche costruttive dell’edificio. Una tecnologia può essere molto efficace quando viene applicata al fenomeno corretto e risultare inutile quando la causa dell’umidità è differente.

Come si capisce se si tratta realmente di umidità di risalita?

La posizione delle macchie o il degrado nella parte inferiore della parete non sono sufficienti per dimostrarlo. Occorre valutare la distribuzione dell’umidità, le caratteristiche della muratura, le quote interne ed esterne, il rapporto con il terreno, eventuali porzioni controterra, la presenza di sali e possibili altre sorgenti d’acqua. Le misurazioni devono essere interpretate insieme alle caratteristiche dell’edificio.

La barriera chimica risolve definitivamente l’umidità di risalita?

La barriera chimica può ridurre determinati trasferimenti capillari attraverso la zona trattata, ma la sua efficacia dipende dalle caratteristiche della muratura, dalla continuità del trattamento e soprattutto dalla reale provenienza dell’acqua. Non costituisce un’impermeabilizzazione dell’intera parete e non può eliminare apporti idrici che aggirano la zona trattata.

L’elettrosmosi funziona contro l’umidità di risalita?

Il principio elettrosmotico esiste, ma la sua applicazione alle murature deve essere valutata nelle condizioni specifiche dell’edificio. Materiali, contenuto d’acqua, sali, conducibilità, disposizione degli elettrodi e provenienza dell’acqua possono influenzare il risultato. Inoltre l’elettrosmosi attiva non deve essere confusa con le centraline elettrofisiche o elettromagnetiche prive dello stesso tipo di circuito ed elettrodi.

L’intonaco deumidificante elimina l’umidità di risalita?

No, l’intonaco deumidificante non impedisce di per sé all’acqua di raggiungere la muratura. Può favorire la gestione dell’evaporazione e, a seconda del ciclo utilizzato, degli effetti prodotti dai sali. La sua efficacia e durata dipendono quindi anche dalla quantità d’acqua e dalla contaminazione salina che deve gestire.

Un vespaio aerato risolve l’umidità nei muri?

Non necessariamente. Un vespaio aerato modifica le condizioni presenti sotto il pavimento e può favorire la ventilazione dell’intercapedine, ma non interrompe automaticamente il contatto delle murature con il terreno. Deve essere progettato in funzione dell’edificio e del fenomeno che si vuole controllare.

Quando è utile una trincea drenante?

Una trincea drenante può essere utile quando l’acqua presente nel terreno circostante contribuisce realmente alla patologia e può essere intercettata e allontanata. Quote, pendenze, caratteristiche del terreno e possibilità di scarico devono essere valutate prima della progettazione. Drenare e impermeabilizzare sono inoltre due funzioni differenti.

Quando è preferibile impermeabilizzare una parete controterra?

Quando la diagnosi dimostra che l’acqua raggiunge direttamente la struttura attraverso il terreno, intervenire sul punto d’ingresso può essere più razionale rispetto a sistemi che agiscono sull’acqua dopo che questa è già penetrata nella muratura. La soluzione deve comunque essere progettata considerando continuità dell’impermeabilizzazione, raccordi, quote e possibili percorsi alternativi dell’acqua.

Si possono utilizzare più rimedi contemporaneamente?

Sì. In molti edifici sono presenti contemporaneamente più fenomeni e può essere necessario combinare interventi differenti: riduzione dell’apporto d’acqua, impermeabilizzazione, drenaggio, gestione dell’asciugatura, trattamento dei sali e ricostruzione degli intonaci. La combinazione deve derivare dalla diagnosi e non dalla semplice sovrapposizione di più prodotti.

Come si sceglie il rimedio corretto senza spendere soldi inutilmente?

Prima di acquistare un prodotto o commissionare un intervento bisogna stabilire quale fenomeno deve essere corretto e quale risultato la tecnologia proposta dovrebbe produrre. È inoltre utile definire prima dei lavori come verrà verificato il risultato. In questo modo è possibile valutare non soltanto se il muro appare migliore, ma se l’intervento ha realmente modificato la condizione per la quale era stato progettato.

Daniele Stevoli

Patologo e consulente edile specializzato nell’analisi delle cause di degrado delle costruzioni correlate ai fenomeni di umidità, infiltrazioni, condensazioni e danni post-evento. Opero con un approccio tecnico-diagnostico strutturato, fondato su indagini strumentali, misurazioni oggettive, analisi chimiche e lettura stratigrafica delle murature, finalizzate all’individuazione certa delle cause e alla distinzione tra sintomi e origine del problema. L’attività si basa su un’esperienza maturata su centinaia di casi reali, con particolare attenzione ai meccanismi fisico-chimici che regolano il comportamento igrometrico dei materiali, inclusi i fenomeni di trasporto dei sali, le interazioni con le finiture e le alterazioni indotte da interventi non corretti. Affianco alla diagnosi una competenza avanzata nella progettazione degli interventi di risanamento, sviluppando soluzioni tecniche coerenti con il quadro patologico rilevato. Fornisco indicazioni operative estremamente dettagliate per l’esecuzione in cantiere, definendo materiali, cicli applicativi e modalità di intervento, con l’obiettivo di garantire efficacia, durabilità e controllo del risultato. Mi occupo inoltre della gestione degli effetti secondari dell’umidità, tra cui cristallizzazione salina, degrado degli intonaci e contaminazioni biologiche, attraverso protocolli di trattamento verificabili e basati su criteri tecnici. Eseguo consulenze tecniche e perizie specialistiche rivolte a privati, imprese e professionisti, con approccio indipendente e orientato alla risoluzione concreta del problema. L’obiettivo è fornire diagnosi affidabili e indicazioni chiare, evitando interventi inefficaci e ottimizzando le risorse economiche del committente.

Articoli Correlati

7 Commenti

  1. Grazie a Daniele che 4 anni fa mi ha risolto il problema dell’umanità di risalita in casa, ho percepito poche settimane dopo la piacevole sensazione di un’aria più secca in casa, anche gli intonaci sono perfettamente integri.
    Lo consiglio vivamente

    1. Buongiorno, dovrebbe descrivermi la sua abitazione nella sezione preventivo di questo sito.
      Descrivendo di che materiale sono composti muri (mattone pieno, forato, sasso ecc.). Ed anche gli altri dati richiesti, appena possibile sarà contattato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

88 − = 79

Pulsante per tornare all'inizio