
Barriera chimica nel cemento armato: quando i fori diventano un problema strutturale
Eseguire una sequenza di perforazioni profonde in una parete controterra in calcestruzzo armato non è una lavorazione da valutare soltanto in base al diametro del foro. Armature, giunti, qualità del getto, cavità e pressione dell’acqua devono essere conosciuti prima dell’intervento.
Una barriera chimica viene normalmente presentata come un intervento relativamente semplice: si praticano una serie di fori nella parte inferiore della parete, si introduce il prodotto e si crea una zona destinata a limitare il passaggio dell’acqua. Questo principio può essere discusso nel caso delle murature tradizionali, dove comunque l’efficacia dipende dalla natura del materiale, dalla continuità dei giunti, dalla presenza di vuoti e soprattutto dalla corretta individuazione della causa dell’umidità. Quando però la stessa lavorazione viene trasferita su una parete in calcestruzzo armato, il problema cambia completamente.
Il calcestruzzo armato non è infatti una muratura omogenea all’interno della quale si possa stabilire la posizione dei fori osservando soltanto la superficie. Dietro alcuni centimetri di copriferro possono trovarsi armature verticali e orizzontali, sovrapposizioni, staffe, rinforzi locali e zone nelle quali la quantità di acciaio è sensibilmente superiore a quella che si potrebbe immaginare dall’esterno. A questi elementi vanno aggiunti i difetti propri del getto: nidi di ghiaia, porzioni meno compatte, cavità, riprese di getto, fessurazioni e discontinuità che possono essere completamente invisibili prima dell’intervento.
È per questo che il ragionamento non può iniziare dal prodotto da iniettare. Deve iniziare dall’elemento sul quale si intende intervenire.
Prima di forare bisogna sapere cosa contiene quella parete
Nel precedente approfondimento sui fori nel cemento armato e sui riferimenti delle NTC e della Cassazione abbiamo visto perché la rilevanza di una perforazione non possa essere stabilita prendendo in considerazione soltanto il suo diametro. Un foro isolato di pochi millimetri e una successione di decine di perforazioni profonde non rappresentano, tecnicamente, la stessa lavorazione.
Il problema diventa ancora più evidente quando i fori vengono eseguiti secondo un allineamento prestabilito, perché la posizione della perforazione non viene scelta in funzione dell’armatura realmente presente, ma in funzione del passo richiesto dal trattamento. In assenza di una mappatura preventiva si sta quindi imponendo la geometria dell’intervento a una struttura della quale non si conosce la geometria interna.
Questo metodo di procedere presenta un paradosso abbastanza evidente: prima si fora e soltanto durante la perforazione si scopre cosa c’era dietro.
È esattamente il contrario di ciò che dovrebbe avvenire su un elemento strutturale.

Qual è realmente la probabilità di incontrare un ferro?
È possibile rappresentare il problema anche attraverso un semplice esempio geometrico, senza pretendere di trasformarlo in una verifica strutturale.
Supponiamo di avere barre di armatura del diametro di 12 mm disposte con passo di 30 cm. Se realizziamo un foro del diametro di 20 mm, la fascia geometrica all’interno della quale il foro può interferire con la barra è pari a circa 32 mm. Rapportata ai 300 mm del passo, corrisponde a un indice teorico di intercettazione di circa il 10,7% per una singola perforazione.
Un foro Ø30 mm porta questa fascia a 42 mm e quindi a circa il 14%.
Considerando dieci perforazioni e utilizzando un modello probabilistico semplificato, l’indice teorico di avere almeno un’interferenza raggiunge circa il 68% con fori Ø20 mm e circa il 78% con fori Ø30 mm.
Sono numeri che vanno letti per ciò che rappresentano. Non significano che qualsiasi sequenza di dieci fori abbia matematicamente il 78% di probabilità di tagliare un ferro, perché nella struttura reale fori e armature non sono eventi casuali e indipendenti. Il calcolo serve però a mostrare un dato molto semplice: quando le perforazioni diventano numerose, l’interferenza con le armature non può più essere trattata come un’eventualità remota.
E l’esempio è volutamente semplificato. Una parete reale può contenere due maglie di armatura, barre orizzontali, staffe, sovrapposizioni, concentrazioni locali e ferri di diametro differente.
Di conseguenza la fotografia che abbiamo preparato, con una porzione di calcestruzzo integro affiancata alla stessa parete idealmente aperta per mostrare la densità delle armature, non vuole affermare che il calcestruzzo debba essere demolito per eseguire il lavoro. Serve a rendere visibile ciò che normalmente rimane nascosto.

Le armature sono soltanto una parte del problema
Concentrarsi esclusivamente sulla possibilità di colpire un ferro sarebbe comunque riduttivo.
Prima di decidere come impermeabilizzare o riparare una parete controterra occorre conoscere la qualità del calcestruzzo. Un getto può presentarsi superficialmente regolare e avere al proprio interno porzioni meno compatte, cavità, segregazioni o discontinuità. Può essere stato riparato in precedenza oppure avere ferri già interessati da corrosione. Possono inoltre essere presenti fessurazioni che seguono movimenti strutturali o semplici ritiri, e le due condizioni non possono evidentemente essere trattate nello stesso modo.
La stessa presenza dell’acqua deve essere studiata nel tempo. Durante il sopralluogo la parete può essere interessata da una quantità modesta di acqua e apparire relativamente stabile. Dopo precipitazioni prolungate, una risalita della falda o la saturazione del terreno circostante, la pressione e la quantità d’acqua che raggiungono la struttura possono essere molto diverse.
Un punto che sembrava perfettamente sigillato in condizioni moderate può quindi manifestare nuovamente il problema quando cambia il regime idraulico esterno.
È uno dei motivi per cui una diagnosi delle infiltrazioni controterra non dovrebbe limitarsi a fotografare ciò che accade il giorno del sopralluogo.
Fessure, giunti e riprese di getto non si trattano tutti nello stesso modo
Particolare attenzione deve essere riservata alle discontinuità. Una parete controterra può avere riprese di getto orizzontali o verticali, giunti strutturali oppure sistemi predisposti in fase costruttiva per limitare il passaggio dell’acqua. Possono essere presenti waterstop, giunti bentonitici, sistemi acrilici o altri elementi di tenuta. Prima di intervenire sulla superficie bisogna quindi capire se il percorso dell’acqua coincide con una di queste discontinuità e quale sia lo stato dell’elemento originariamente predisposto.
Lo stesso vale per una fessura. Iniettare una resina perché “da lì esce acqua” non costituisce automaticamente una riparazione corretta. Prima bisogna sapere perché quella fessura esiste, se è stabile, se presenta movimento, quale profondità raggiunge e quali elementi incontra.
Le resine idroreattive sono strumenti molto utili quando vengono utilizzate nella posizione e con la funzione corretta, soprattutto per arrestare ingressi d’acqua localizzati o creare un tamponamento preliminare. Ma proprio perché reagiscono rapidamente con l’acqua e possono espandersi, non dovrebbero essere considerate un prodotto universale da introdurre indiscriminatamente all’interno di qualsiasi discontinuità.
In particolare, intervenire in corrispondenza di un giunto senza sapere come quel giunto sia stato costruito significa modificare un dettaglio tecnico del quale non si conosce né la geometria né il comportamento.
Impermeabilizzare il calcestruzzo non significa necessariamente forarlo
Questo è probabilmente il passaggio più interessante. Nel risanamento del calcestruzzo esistono oggi sistemi che lavorano direttamente sul supporto senza la necessità di realizzare una successione di perforazioni profonde. I trattamenti cristallizzanti, quando compatibili con il tipo e lo stato del calcestruzzo, sfruttano reazioni all’interno della sua struttura capillare per ridurne la permeabilità all’acqua. Esistono inoltre malte da ripristino, prodotti a presa rapidissima per arrestare venute d’acqua localizzate, sistemi cementizi impermeabilizzanti e cicli composti nei quali ogni materiale svolge una funzione specifica.
Non esiste quindi alcuna ragione tecnica per considerare la perforazione come passaggio obbligatorio.
Dighe, opere idrauliche, gallerie, ponti, strutture marittime e manufatti controterra vengono mantenuti e riparati attraverso sistemi estremamente differenti proprio perché estremamente differenti sono le patologie che li interessano.
Una galleria nella quale compare un’infiltrazione dalla calotta è un esempio molto semplice per capire il concetto: nessun tecnico serio partirebbe dall’idea astratta di “fare una barriera”. Prima verrebbero individuati percorso dell’acqua, discontinuità, condizioni del calcestruzzo, pressione, difetti e possibilità di accesso; solo dopo verrebbe progettato il ciclo di intervento.
Per quale motivo lo stesso metodo dovrebbe scomparire quando si interviene nel seminterrato di un’abitazione?
Prima la diagnosi, poi il piano di risanamento
Nel caso che ha portato a questo approfondimento, l’aspetto determinante non è stato trovare un prodotto diverso da quello inizialmente proposto. È stato cambiare completamente l’ordine delle operazioni.
Prima è stata analizzata la struttura e ricostruita la reale origine del problema. Successivamente sono stati individuati i difetti da riparare e soltanto alla fine è stato definito il ciclo di risanamento.
Questo ha consentito di evitare una perforazione diffusa del calcestruzzo e di intervenire esclusivamente dove necessario. Nel caso specifico, il costo complessivo dell’intervento progettato, considerando anche la diagnostica, è risultato inferiore di oltre il 70% rispetto alla soluzione inizialmente ipotizzata con barriera chimica.
Questo dato non dimostra che una diagnosi faccia sempre risparmiare il 70%. Sarebbe una generalizzazione sbagliata. Dimostra però qualcosa che ritengo molto più utile: conoscere realmente la patologia consente di eliminare dal progetto tutte le lavorazioni che non hanno una funzione dimostrabile.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più difficile da accettare per chi vende una soluzione standard.
Se il lavoro parte dalla tecnologia, quasi tutti gli edifici finiscono per avere bisogno della stessa tecnologia. Se invece parte dalla diagnosi, può accadere che quella tecnologia non serva affatto.
La barriera chimica nel cemento armato va quindi esclusa?
Non formulerei una regola assoluta secondo cui qualsiasi iniezione all’interno di qualsiasi struttura in calcestruzzo armato sia vietata o tecnicamente errata. Esistono lavorazioni mediante iniezione espressamente progettate per il calcestruzzo e utilizzate con risultati eccellenti.
Il problema è un altro: una barriera chimica proposta come trattamento standard contro l’umidità e realizzata mediante decine di perforazioni profonde in una parete strutturale non può essere considerata una lavorazione banale soltanto perché i fori sono piccoli.
Prima occorre sapere che elemento stiamo perforando, dove sono le armature, quale sia la qualità del calcestruzzo, quali discontinuità siano presenti, da dove provenga realmente l’acqua e quale comportamento abbia la struttura nelle condizioni più gravose.
Solo dopo è possibile stabilire se occorre forare. E potrebbe anche accadere che, una volta eseguita correttamente questa valutazione, il trapano non serva affatto.
Domande frequenti
La barriera chimica nel cemento armato è sempre sbagliata?
No. Ma nel cemento armato non può essere considerata una scelta automatica o banale. Prima vanno valutati armature, cavità, qualità del materiale, giunti, stato di conservazione e reale percorso dell’acqua.
Intercettare un ferro significa sempre compromettere la struttura?
Non automaticamente. Dipende da diametro, posizione, funzione dell’armatura, numero di intercettazioni e caratteristiche dell’elemento. Proprio per questo l’interferenza non può essere banalizzata.
Le resine idroreattive risolvono tutto?
No. Possono essere utili come presidio locale o fase intermedia in alcune situazioni, ma non sostituiscono un piano di risanamento completo.
Esistono alternative senza fori?
Sì. In molti casi esistono trattamenti per contatto diretto e cicli di cristallizzazione del calcestruzzo che permettono di impermeabilizzare e consolidare senza ricorrere a perforazioni diffuse.
Qual è il primo passo corretto?
La diagnosi. Sempre. Perché senza una diagnosi reale si rischia di applicare una soluzione standard su un problema che standard non è.
FONTI TECNICHE
D.M. 17 gennaio 2018 – Aggiornamento delle Norme tecniche per le costruzioni (NTC 2018), Capitolo 8.
Circolare 21 gennaio 2019, n. 7 C.S.LL.PP. – Istruzioni per l’applicazione dell’Aggiornamento delle Norme tecniche per le costruzioni, Capitolo C8.
D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 – Testo unico dell’edilizia, con particolare riferimento all’art. 94-bis.
Per l’approfondimento giurisprudenziale: https://www.dsdeumidificazioni.it/fori-cemento-armato-normativa-cassazione/



