
Come leggere una muratura come un consulente tecnico
Molte persone pensano che una diagnosi inizi quando vengono accesi gli strumenti di misura. In realtà, nella maggior parte dei casi, il lavoro comincia molto prima.
Ogni volta che entro in un edificio cerco innanzitutto di osservare. Prima ancora di eseguire misure o prelevare campioni, dedico tempo a comprendere ciò che la muratura sta già mostrando. Le forme del degrado, la distribuzione delle macchie, le differenze tra una parete e l’altra, il rapporto con il terreno, la posizione delle aperture e le modifiche eseguite nel corso degli anni rappresentano una quantità enorme di informazioni che nessuno strumento può sostituire.
Con il passare degli anni ho imparato che una muratura comunica continuamente. Il problema è che molto spesso viene osservata soltanto per individuare il punto nel quale intervenire, mentre raramente ci si chiede perché quel fenomeno si manifesti proprio in quella posizione e con quella particolare geometria.
È proprio questa la differenza tra guardare una parete e iniziare a leggerla.
Quando utilizzo il termine “leggere” non mi riferisco a una capacità intuitiva o a un’esperienza maturata semplicemente con il tempo. Mi riferisco a un metodo di osservazione. Ogni sintomo viene considerato come un’informazione che deve essere confrontata con tutte le altre, fino a costruire un quadro coerente del comportamento dell’edificio.
Per questo motivo ritengo che la fase di osservazione rappresenti uno dei momenti più importanti dell’intera diagnosi. Se viene affrontata con attenzione, permette spesso di formulare le prime ipotesi ancora prima di utilizzare qualsiasi strumentazione. Saranno poi le analisi e le misure a confermare oppure a correggere quelle ipotesi, ma il ragionamento diagnostico nasce quasi sempre dall’osservazione.
La lettura della muratura rappresenta quindi una parte del processo, ma le osservazioni devono essere confrontate con misurazioni, caratteristiche costruttive e condizioni al contorno. È questo il principio alla base della diagnosi dell’umidità negli edifici, nella quale ogni evidenza assume valore soltanto quando viene interpretata insieme alle altre informazioni raccolte.

La muratura parla attraverso la geometria del degrado
Uno degli aspetti che osservo sempre riguarda la forma con cui il degrado si distribuisce sulla superficie della parete. Molte persone si concentrano esclusivamente sull’estensione della macchia, mentre io cerco soprattutto di comprenderne la geometria.
Una fascia perfettamente orizzontale racconta una storia diversa rispetto a un degrado che segue un andamento irregolare. Una lesione verticale suggerisce verifiche differenti rispetto a una rete diffusa di microfessurazioni. Una zona localizzata attorno a una finestra porta immediatamente a considerare aspetti che difficilmente sarebbero gli stessi se il fenomeno interessasse una parete completamente interna.
Anche l’altezza del degrado costituisce un’informazione preziosa. Non perché permetta, da sola, di individuare la causa, ma perché rappresenta uno dei tanti elementi che devono essere messi in relazione con tutti gli altri dati raccolti durante il sopralluogo. Ho visto edifici nei quali pochi centimetri di differenza nella distribuzione del degrado hanno completamente modificato l’interpretazione del fenomeno.
Per questo motivo cerco sempre di osservare la muratura nel suo insieme. Una fotografia ravvicinata può essere utile per documentare un particolare, ma raramente è sufficiente per comprendere il comportamento dell’intera parete. Molto spesso è proprio la visione d’insieme a evidenziare relazioni che, osservando soltanto un dettaglio, passerebbero completamente inosservate.

Una muratura non dovrebbe mai essere osservata da sola
Uno degli errori che noto più frequentemente consiste nell’analizzare una parete come se fosse un elemento indipendente dal resto dell’edificio. In realtà una muratura non lavora mai da sola. È influenzata dal terreno sul quale appoggia, dalle pareti adiacenti, dai solai, dalle coperture, dalle aperture, dall’esposizione al sole, dalla ventilazione degli ambienti e perfino dalle modifiche che sono state eseguite molti anni prima.
Per questo motivo, quando osservo una parete, cerco sempre di inserirla all’interno del contesto generale dell’edificio. Mi interessa capire quale sia il suo rapporto con le altre murature, se confini con ambienti riscaldati oppure non riscaldati, se si trovi controterra, se riceva direttamente la pioggia battente oppure se sia protetta da porticati e sporti di gronda. Anche la posizione rispetto al terreno esterno rappresenta un’informazione fondamentale, perché pochi centimetri di differenza possono modificare profondamente il comportamento dell’acqua.
Molte diagnosi si concentrano esclusivamente sul punto in cui compare il degrado. Personalmente preferisco ampliare continuamente il campo di osservazione. Più aumenta la porzione di edificio che riesco a comprendere e maggiore è la probabilità di individuare collegamenti che, osservando una sola parete, rimarrebbero nascosti.
È anche il motivo per cui dedico sempre una parte importante del sopralluogo all’esterno dell’immobile. In molti casi le informazioni più utili per comprendere ciò che accade all’interno non si trovano nella stanza interessata dal degrado, ma nel comportamento del terreno, nelle pendenze, nelle pavimentazioni, nelle sistemazioni esterne e nella gestione delle acque meteoriche.
Anche le efflorescenze devono essere interpretate e non semplicemente registrate come presenza di umidità. Origine, distribuzione e comportamento dei sali nelle murature possono fornire informazioni importanti sui fenomeni avvenuti nel tempo e contribuire alla ricostruzione diagnostica dell’edificio.

Anche ciò che non presenta degrado fornisce informazioni importanti
Quando una persona nota una macchia di umidità tende naturalmente a concentrare tutta l’attenzione su quella zona. È un comportamento comprensibile, ma dal punto di vista diagnostico può essere limitante. Spesso le informazioni più interessanti si trovano proprio nelle parti dell’edificio che non presentano alcun sintomo.
Se due pareti sono costruite con gli stessi materiali, esposte alle stesse condizioni ambientali e sottoposte agli stessi fenomeni, ma soltanto una manifesta degrado, la domanda non dovrebbe essere soltanto perché quella parete si sia deteriorata. Dovrebbe essere anche perché l’altra sia rimasta perfettamente integra.
È una differenza apparentemente sottile, ma che modifica profondamente il ragionamento diagnostico. Le zone sane rappresentano infatti un termine di confronto indispensabile. Permettono di capire quali condizioni siano realmente determinanti e quali, invece, abbiano un ruolo secondario. Ogni differenza osservata tra due murature simili costituisce un’informazione che aiuta a restringere progressivamente il numero delle ipotesi possibili.
Lo stesso principio vale anche all’interno della stessa parete. Una porzione degradata confinante con una completamente integra suggerisce che il fenomeno non dipenda soltanto dal materiale utilizzato, ma anche da altre variabili che devono ancora essere individuate. È proprio confrontando continuamente queste differenze che la muratura inizia a raccontare il proprio comportamento.
Per questo motivo considero sempre importante documentare sia le zone degradate sia quelle che non presentano alcuna alterazione. Entrambe contribuiscono alla costruzione della diagnosi.

L’osservazione deve sempre precedere gli strumenti
Negli ultimi anni la diagnostica edilizia si è arricchita di strumenti sempre più evoluti. Termocamere, igrometri, endoscopi, analisi chimiche e molte altre tecnologie rappresentano un aiuto prezioso, ma ritengo che esista un rischio: quello di iniziare una diagnosi guardando il display di uno strumento anziché l’edificio.
Personalmente preferisco seguire il percorso opposto. Prima osservo, poi formulo alcune ipotesi e soltanto dopo scelgo quali strumenti possano aiutarmi a verificare se quelle ipotesi siano corrette. In questo modo ogni misura assume un significato preciso e non viene eseguita semplicemente perché lo strumento è disponibile.
Anche il punto in cui viene effettuata una misura dovrebbe essere una conseguenza del ragionamento diagnostico. Se utilizzo un igrometro, se prelevo un campione oppure se eseguo un’analisi chimica, voglio poter spiegare perché quella verifica sia stata eseguita proprio in quella posizione e non pochi centimetri più in là. Ogni misura dovrebbe nascere da una domanda precisa e contribuire a trovare una risposta altrettanto precisa.
Credo che questa sia una delle differenze più importanti tra utilizzare degli strumenti e costruire una diagnosi. Gli strumenti raccolgono dati. È il tecnico che deve trasformare quei dati in una spiegazione coerente del fenomeno osservato.






