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Perché una tecnologia che funziona può essere comunque la scelta sbagliata?

Nel settore del risanamento dell’umidità esiste una domanda che viene posta molto frequentemente. Quando un tecnico propone una tecnologia oppure un committente cerca una soluzione su internet, la prima cosa che ci si chiede è se quel sistema funzioni oppure no. È una domanda del tutto legittima, ma con il passare degli anni mi sono reso conto che raramente permette di scegliere la soluzione migliore.

All’inizio della mia attività ragionavo esattamente nello stesso modo. Anch’io cercavo la tecnologia definitiva, quella capace di risolvere il maggior numero possibile di problemi. Ogni volta che studiavo un nuovo sistema cercavo di comprenderne il funzionamento, di verificarne i risultati e di capire quali vantaggi potesse offrire rispetto alle soluzioni che già conoscevo. È stato così con gli intonaci deumidificanti, con le barriere chimiche, con l’elettrosmosi, con i sistemi impermeabilizzanti e con molte altre tecnologie che ho avuto modo di approfondire direttamente sul campo.

Con il tempo, però, ho iniziato ad accorgermi che tutte avevano qualcosa in comune. Nessuna era completamente sbagliata, ma nessuna era nemmeno universale. Ogni sistema mostrava risultati molto convincenti in determinate condizioni e prestazioni decisamente meno soddisfacenti in altre. Più aumentava la mia esperienza e più diminuiva l’interesse nel cercare quale fosse la tecnologia migliore in assoluto. Al suo posto cresceva una curiosità molto diversa: capire quali fossero i limiti di ciascun sistema.

È stato proprio questo cambiamento di prospettiva a modificare il mio modo di affrontare le diagnosi. Oggi, quando studio una tecnologia, non mi interessa sapere soltanto quante volte abbia funzionato. Mi interessa soprattutto individuare le condizioni nelle quali potrebbe non essere la scelta più adatta. Ritengo infatti che sia proprio la conoscenza dei limiti a permettere di utilizzare correttamente una tecnologia, evitando di attribuirle capacità che in realtà non possiede.

Il punto di partenza non dovrebbe quindi essere la scelta della tecnologia, ma la diagnosi dell’umidità negli edifici, attraverso la quale osservazioni, misurazioni, caratteristiche costruttive e condizioni al contorno vengono messe in relazione per individuare le cause reali del degrado.

Per questo motivo considero poco utile dividere le soluzioni in tecnologie che funzionano e tecnologie che non funzionano. Una classificazione di questo tipo è troppo semplice per descrivere il comportamento di un edificio, che per sua natura è influenzato da materiali, condizioni ambientali, presenza di sali, caratteristiche del terreno, modalità costruttive e numerosi altri fattori. La vera domanda, quindi, non dovrebbe essere se una tecnologia funzioni, ma in quali condizioni rappresenti realmente la scelta migliore.

Daniele Stevoli - analisi tecnica di diverse tecnologie per il risanamento dell'umidità

Cercare la tecnologia migliore significa porsi la domanda sbagliata

Una delle convinzioni che ho progressivamente abbandonato riguarda proprio l’idea che possa esistere una tecnologia migliore delle altre. È una conclusione alla quale non sono arrivato leggendo una scheda tecnica o partecipando a un corso di formazione. Ci sono arrivato osservando gli edifici e, soprattutto, cercando di capire perché la stessa soluzione producesse risultati eccellenti in un cantiere e risultati deludenti in un altro.

Ogni volta che trovavo una tecnologia convincente cercavo di approfondirla il più possibile. Mi lasciavo persuadere dai principi fisici sui quali si basava, studiavo la documentazione disponibile, osservavo i cantieri e cercavo di comprendere il motivo dei risultati ottenuti. Quando tutto sembrava confermare la sua efficacia, invece di sentirmi arrivato iniziavo a pormi una domanda diversa. Cercavo di capire quale fosse il limite di quel sistema.

È una differenza che può sembrare soltanto teorica, ma nella pratica cambia completamente il modo di affrontare una diagnosi.

Se il mio obiettivo fosse trovare la tecnologia migliore, probabilmente tenderei a confrontare i prodotti tra loro, cercando quello che promette le prestazioni più elevate. Se invece il mio obiettivo è comprendere il comportamento dell’edificio, il confronto tra le tecnologie passa in secondo piano. Diventa molto più importante capire quale fenomeno sto osservando e quali caratteristiche dovrebbe possedere il sistema chiamato a controllarlo.

È proprio questo il motivo per cui diffido delle classifiche che stabiliscono quale sia il metodo migliore contro l’umidità. Una tecnologia può dimostrare un’elevata efficacia all’interno di uno specifico contesto e risultare invece poco adatta quando cambiano le caratteristiche della muratura, del terreno o dell’ambiente circostante. Non significa che quella tecnologia sia sbagliata. Significa semplicemente che ogni soluzione possiede un proprio campo di applicazione, oltre il quale iniziano ad aumentare le probabilità di insuccesso.

Per questo motivo non considero mai un fallimento il fatto di scoprire che una tecnologia presenta dei limiti. Al contrario, è proprio in quel momento che inizio davvero a comprenderla. Sapere quando un sistema può non essere la scelta migliore permette di utilizzarlo con maggiore consapevolezza e, soprattutto, evita di attribuirgli capacità che non gli appartengono.

Daniele Stevoli - confronto tecnico tra diverse tecnologie per il risanamento dell'umidità

La vera esperienza non consiste nell’accumulare successi, ma nel comprendere gli insuccessi

Nel nostro settore si tende spesso a valutare una tecnologia contando il numero dei cantieri nei quali ha funzionato. È un criterio comprensibile, ma ritengo che da solo non sia sufficiente per esprimere un giudizio tecnico.

Se una determinata soluzione ha dato buoni risultati cento volte, significa certamente che possiede caratteristiche interessanti. Tuttavia questo dato, preso da solo, non permette ancora di comprendere quali siano le condizioni che ne hanno reso possibile il funzionamento. Ancora meno permette di sapere come si comporterà quando quelle condizioni cambieranno.

Con il passare degli anni ho iniziato a dedicare molta più attenzione ai casi in cui una tecnologia non aveva raggiunto il risultato previsto. Non lo facevo per dimostrare che il sistema fosse inefficace, ma perché proprio quei casi mi permettevano di capire quali fattori ne influenzassero realmente il comportamento. Ogni insuccesso rappresentava un’informazione aggiuntiva che mi aiutava a delimitare con maggiore precisione il campo di applicazione di quella tecnologia.

È un approccio che richiede anche una certa disponibilità a mettere in discussione le proprie convinzioni. Quando una soluzione nella quale si crede profondamente incontra un limite, la tentazione è quella di cercare una giustificazione che confermi comunque le proprie idee. Personalmente ho sempre preferito seguire il percorso opposto. Se una tecnologia non produce il risultato atteso, la prima domanda che mi pongo riguarda il motivo. Soltanto comprendendo quella risposta è possibile decidere se il problema dipenda dal sistema, dalle condizioni di utilizzo oppure da una valutazione iniziale non sufficientemente approfondita.

Credo che sia proprio questo il valore dell’esperienza. Non accumulare conferme, ma ridurre progressivamente il numero delle situazioni che ancora non riusciamo a spiegare. Ogni limite individuato rende la tecnologia più prevedibile e, di conseguenza, molto più utile quando viene inserita all’interno del progetto giusto.

Una tecnologia dovrebbe essere scelta per esclusione, non per convinzione

Quando inizio una diagnosi non parto mai cercando la tecnologia che vorrei utilizzare. Sarebbe il modo più semplice per commettere un errore senza nemmeno accorgermene. Se una persona è convinta che una determinata soluzione sia la migliore, finirà inconsapevolmente per interpretare i dati raccolti in modo da confermare quella convinzione. È un meccanismo normale, che riguarda tutti noi, ed è proprio per questo motivo che cerco di evitarlo.

Preferisco seguire un percorso diverso. Inizio raccogliendo tutte le informazioni possibili sull’edificio, cerco di comprendere il fenomeno che sto osservando, individuo le cause che lo stanno alimentando e, soltanto a quel punto, inizio a escludere le tecnologie che ritengo incompatibili con quella situazione. È un metodo più lento, ma riduce enormemente il rischio di innamorarsi di una soluzione.

Con il tempo mi sono accorto che molte tecnologie vengono giudicate in modo troppo estremo. C’è chi le considera risolutive in qualsiasi situazione e chi, al contrario, le ritiene completamente inutili. Personalmente non condivido nessuna delle due posizioni. Ogni sistema possiede un proprio campo di applicazione. Se viene utilizzato all’interno di quel campo può offrire risultati eccellenti. Se viene utilizzato fuori da quel contesto, è probabile che deluda le aspettative.

È anche il motivo per cui non mi piace definire una tecnologia come “buona” o “cattiva”. Preferisco chiedermi se sia coerente con il fenomeno che sto cercando di controllare. Una soluzione tecnicamente valida può diventare una scelta sbagliata semplicemente perché applicata all’edificio sbagliato. Allo stesso modo, una tecnologia che molti considerano superata può rivelarsi estremamente efficace quando viene utilizzata nelle condizioni per cui è stata realmente progettata.

Questo modo di ragionare mi ha portato a cambiare profondamente il significato della parola esperienza. Oggi non considero esperto chi conosce il maggior numero di prodotti, ma chi riesce a individuare rapidamente quelli che, in una determinata situazione, è meglio non utilizzare.

Daniele Stevoli - analisi tecnica delle tecnologie escluse durante la progettazione di un risanamento

Le aziende vendono prodotti, la diagnosi deve scegliere il metodo

Esiste un aspetto del settore edilizio che ritengo inevitabile e che, proprio per questo motivo, dovrebbe essere compreso senza pregiudizi. Le aziende producono materiali e tecnologie. È naturale che investano nella ricerca, nella formazione e nella promozione delle soluzioni che commercializzano. Non c’è nulla di scorretto in questo. Sarebbe irrealistico aspettarsi che un produttore concentri i propri sforzi su sistemi diversi da quelli che sviluppa.

Il problema nasce quando il progettista o il consulente smettono di distinguere il ruolo del produttore dal proprio.

Chi produce un materiale ha il compito di conoscerlo profondamente e di illustrarne le caratteristiche. Chi esegue una diagnosi ha invece un compito completamente diverso. Deve osservare un edificio senza avere la necessità di dimostrare che una tecnologia sia migliore delle altre. Deve individuare il fenomeno, comprenderne le cause e soltanto dopo stabilire quale sistema sia realmente coerente con quella situazione.

È proprio questa indipendenza che permette alla diagnosi di mantenere il proprio valore tecnico. Se la soluzione è già stata scelta prima ancora di iniziare le verifiche, il rischio è quello di costruire un ragionamento che giustifichi una decisione già presa. Quando invece la tecnologia rappresenta l’ultima conseguenza del percorso diagnostico, ogni scelta diventa molto più difficile da contestare.

Per questo motivo ho sempre ritenuto che una buona diagnosi debba essere in grado anche di concludere che una determinata tecnologia, pur essendo perfettamente valida, non rappresenta la scelta migliore per quello specifico edificio. È una conclusione che può sembrare poco commerciale, ma dal punto di vista tecnico è probabilmente una delle più importanti.

Il metodo rimane, le tecnologie cambiano

Negli ultimi decenni il settore dell’umidità ha visto nascere numerose tecnologie. Alcune hanno avuto una diffusione enorme, altre sono rimaste soluzioni di nicchia, altre ancora sono state progressivamente abbandonate oppure profondamente migliorate. È un processo naturale che continuerà anche nei prossimi anni.

Per questo motivo ritengo rischioso costruire la propria professionalità attorno a un singolo sistema. Le tecnologie evolvono, i materiali cambiano e la ricerca continua a proporre nuove soluzioni. Ciò che dovrebbe rimanere stabile non è il prodotto, ma il metodo con cui viene scelto.

Se il metodo è corretto, sarà possibile valutare anche una tecnologia che oggi non esiste ancora. Sarà sufficiente comprenderne il principio di funzionamento, verificarne i limiti e stabilire in quali condizioni possa rappresentare un vantaggio reale rispetto alle soluzioni già disponibili.

È questo il motivo per cui continuo a studiare con interesse ogni nuova proposta che compare sul mercato. Non cerco conferme alle mie convinzioni. Cerco occasioni per metterle alla prova. Quando una tecnologia riesce a smentire una mia idea, considero quell’esperienza un’opportunità di crescita molto più preziosa di una semplice conferma.

Alla fine, ciò che rimane davvero non è il materiale utilizzato, ma la capacità di scegliere ogni volta il sistema più adatto al problema che si ha davanti. Ed è proprio questa, a mio avviso, la differenza tra conoscere una tecnologia e comprendere un fenomeno.

La tecnologia migliore è quella che riesco a scartare quando non serve

Nel corso della mia attività mi è capitato di utilizzare praticamente tutte le principali tecnologie oggi disponibili per il risanamento dell’umidità. Alcune le ho studiate per anni, altre le ho provate direttamente nei cantieri, altre ancora le ho analizzate insieme ai produttori cercando di comprenderne il principio di funzionamento e le reali possibilità applicative.

Questo percorso mi ha portato a una conclusione che, almeno inizialmente, non mi aspettavo. La soddisfazione maggiore non nasceva quando una tecnologia confermava ciò che pensavo, ma quando riusciva a smentirmi. Ogni volta che individuavo un limite che non avevo considerato, la mia conoscenza aumentava. Non perché quella tecnologia perdesse valore, ma perché iniziavo finalmente a comprenderla nella sua interezza.

È anche il motivo per cui oggi considero molto più importante conoscere i limiti di un sistema rispetto ai suoi punti di forza. I vantaggi sono generalmente ben descritti nelle schede tecniche, nelle presentazioni commerciali e nei corsi di formazione organizzati dai produttori. I limiti, invece, bisogna scoprirli studiando gli edifici, osservando i risultati nel tempo e analizzando con attenzione i casi in cui le cose non sono andate come previsto.

Per questo motivo non provo alcun interesse nel difendere una tecnologia. Se durante una diagnosi mi accorgo che un determinato sistema non rappresenta la soluzione più adatta, non provo alcuna difficoltà a escluderlo. Anzi, considero quella esclusione una parte del lavoro tanto importante quanto la scelta finale.

In fondo il progetto di risanamento nasce proprio così. Non individuando subito la tecnologia da utilizzare, ma eliminando progressivamente tutte quelle che, per motivi tecnici, non risultano coerenti con il fenomeno osservato. Quando al termine di questo percorso rimangono una o due soluzioni realmente compatibili con l’edificio, la scelta diventa molto più semplice e soprattutto molto più difendibile dal punto di vista tecnico.

Questo diventa particolarmente evidente quando si confrontano i diversi rimedi per l’umidità di risalita: barriera chimica, elettrosmosi, sistemi di deumidificazione, interventi sugli intonaci e altre soluzioni non sono alternative equivalenti, perché agiscono con principi differenti e richiedono condizioni di applicabilità differenti.

Daniele Stevoli - valutazione critica delle tecnologie durante una diagnosi tecnica dell'umidità

Comprendere un fallimento vale più di cento successi

C’è un’altra riflessione che negli anni ha influenzato profondamente il mio modo di lavorare.

Quando una tecnologia funziona, ottengo una conferma. È certamente un’informazione importante, ma dal punto di vista tecnico aggiunge relativamente poco a ciò che già conoscevo. Quando invece una tecnologia non raggiunge il risultato previsto, si apre una possibilità molto più interessante. Posso chiedermi quale fattore abbia modificato il comportamento del sistema, quale variabile non fosse stata considerata oppure quale ipotesi iniziale si sia rivelata incompleta.

È proprio in questi momenti che, a mio avviso, si costruisce la vera esperienza.

Molte persone vivono il fallimento come qualcosa da evitare o da nascondere. Io cerco di affrontarlo nel modo opposto. Se un edificio mette in crisi una mia convinzione, significa che mi sta offrendo un’informazione che fino a quel momento non possedevo. Rinunciare a comprenderla significherebbe perdere un’occasione di crescita professionale.

Naturalmente questo approccio richiede anche una certa disponibilità a cambiare idea. Nessuna tecnologia dovrebbe diventare una questione di appartenenza. Se ci si identifica con un prodotto o con un sistema, diventa molto difficile riconoscerne serenamente i limiti. Si finisce per difendere la soluzione invece di cercare la verità.

Personalmente preferisco il percorso opposto. Ogni volta che una tecnologia mi costringe a rivedere una convinzione, considero quell’esperienza un investimento sul futuro. La diagnosi successiva sarà probabilmente più completa e il progetto che ne deriverà avrà maggiori probabilità di individuare la soluzione realmente più adatta.

Conclusioni

Se oggi dovessi riassumere in una sola frase il modo in cui valuto una tecnologia, probabilmente direi che non mi interessa sapere quante volte abbia funzionato. Mi interessa sapere quando potrebbe non funzionare e, soprattutto, perché.

È una domanda che cambia completamente il modo di affrontare il risanamento degli edifici. Sposta l’attenzione dal prodotto al fenomeno, dalla soluzione alla diagnosi, dalla convinzione personale alla verifica tecnica.

Ogni tecnologia possiede un proprio valore. Sarebbe un errore considerarla perfetta, ma sarebbe altrettanto sbagliato ritenerla inutile soltanto perché presenta dei limiti. La vera competenza consiste nel conoscere quei limiti abbastanza bene da utilizzare ogni sistema nel contesto per il quale è realmente adatto.

È anche per questo che molti interventi contro l’umidità falliscono anche quando sono stati eseguiti correttamente: l’esecuzione può essere tecnicamente corretta, mentre è il rapporto tra diagnosi, causa individuata e soluzione progettata a essere sbagliato.

Per questo motivo continuo a studiare con interesse tutte le nuove tecnologie che vengono proposte. Non perché stia cercando quella definitiva, ma perché ognuna di esse può aiutarmi a comprendere meglio gli edifici. Se una nuova soluzione conferma ciò che già conosco, avrò rafforzato una convinzione. Se invece riuscirà a smentirmi, avrò imparato qualcosa di ancora più prezioso.

Alla fine il mio obiettivo non è trovare la tecnologia migliore. Il mio obiettivo è comprendere così bene il fenomeno da riuscire a scegliere, ogni volta, la tecnologia che in quello specifico edificio ha le maggiori probabilità di ottenere un risultato stabile nel tempo.

Preventivo consulenza diagnostica dell’umidità

Domande più frequenti

Esiste una tecnologia che risolve tutti i problemi di umidità?

No. Ogni tecnologia possiede un proprio campo di applicazione, vantaggi e limiti. La scelta dovrebbe sempre derivare dalla diagnosi dell’edificio e non dalla popolarità del prodotto.

Perché una tecnologia può funzionare in un edificio e non in un altro?

Perché cambiano le cause del degrado, i materiali, le caratteristiche della muratura, il contenuto di sali, il terreno, le condizioni ambientali e molti altri fattori che influenzano il comportamento dell’intervento.

È corretto scegliere una tecnologia perché ha funzionato in molti cantieri?

Il numero di casi positivi rappresenta un’informazione utile, ma non è sufficiente. È altrettanto importante conoscere le condizioni nelle quali quella tecnologia potrebbe non essere adatta.

Perché è importante conoscere i limiti di una tecnologia?

Perché i limiti permettono di evitare applicazioni inappropriate. Sapere quando un sistema non dovrebbe essere utilizzato è spesso più utile che conoscerne soltanto i vantaggi.

Come dovrebbe essere scelta la tecnologia di risanamento?

La tecnologia dovrebbe rappresentare l’ultima conseguenza della diagnosi. Prima si individuano e si dimostrano le cause del degrado, poi si escludono le soluzioni incompatibili e infine si sceglie il sistema più coerente con il fenomeno osservato.

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consulente tecnico che confronta diverse soluzioni di risanamento sulla base della diagnosi dell’edificio

 

 

 

 

 

 

Daniele Stevoli

Patologo e consulente edile specializzato nell’analisi delle cause di degrado delle costruzioni correlate ai fenomeni di umidità, infiltrazioni, condensazioni e danni post-evento. Opero con un approccio tecnico-diagnostico strutturato, fondato su indagini strumentali, misurazioni oggettive, analisi chimiche e lettura stratigrafica delle murature, finalizzate all’individuazione certa delle cause e alla distinzione tra sintomi e origine del problema. L’attività si basa su un’esperienza maturata su centinaia di casi reali, con particolare attenzione ai meccanismi fisico-chimici che regolano il comportamento igrometrico dei materiali, inclusi i fenomeni di trasporto dei sali, le interazioni con le finiture e le alterazioni indotte da interventi non corretti. Affianco alla diagnosi una competenza avanzata nella progettazione degli interventi di risanamento, sviluppando soluzioni tecniche coerenti con il quadro patologico rilevato. Fornisco indicazioni operative estremamente dettagliate per l’esecuzione in cantiere, definendo materiali, cicli applicativi e modalità di intervento, con l’obiettivo di garantire efficacia, durabilità e controllo del risultato. Mi occupo inoltre della gestione degli effetti secondari dell’umidità, tra cui cristallizzazione salina, degrado degli intonaci e contaminazioni biologiche, attraverso protocolli di trattamento verificabili e basati su criteri tecnici. Eseguo consulenze tecniche e perizie specialistiche rivolte a privati, imprese e professionisti, con approccio indipendente e orientato alla risoluzione concreta del problema. L’obiettivo è fornire diagnosi affidabili e indicazioni chiare, evitando interventi inefficaci e ottimizzando le risorse economiche del committente.

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